I CPIA e l’elogio delle differenze

Savino Carbone
di Savino Carbone
Video, Inchieste
27 giugno 2016
Photo Credits: Lisa Fioriello

Una scuola che accoglie italiani e stranieri, vero e proprio avamposto di Intercultura

 

Alcuni arrivano in bici. Altri a piedi, sfidando la calura dei pomeriggi primaverili. C'è chi ha appena lasciato la scrivania e le fatiche del lavoro. Chi si asciuga la fronte nerissima. Sono i ragazzi del CPIA, il Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti. Il "serale", insomma, da qualche anno diventato un esempio di sistema formativo integrato, rivolto non solo a italiani, ma anche ai numerosi stranieri che oggi abitano i nostri territori.

 

 

La Regione Puglia conta sette CPIA, il CPIA Bari 1, guidato dal preside Luigi Domenico Piliero, comprende in rete le sedi di Bari, Corato, Bitonto, Terlizzi e Molfetta ospitate dai tanti istituti primari e secondari della provincia. A Corato il Centro è attivo presso la Scuola Media "De Gasperi" e ha una succursale anche Terlizzi, presso la scuola "Moro-Fiore". Al pomeriggio, quando le lezioni per gli studenti della scuola secondaria sono terminate, inizia la giornata degli "adulti". Ogni giorno, attorno alle quattro, le classi cominciano a riempirsi. Niente a che vedere con le classiche scene da scuola diurna, l'impressione che si ha è di assistere all'altra faccia del sistema formativo "tradizionale", il lato nascosto - non per questo oscuro - di una scuola, quella italiana, fatta di tante sfide: tra i banchi dell'Istituto siedono decine di ragazzi, uomini, giovani donne dalle provenienze disparate. Maliani, italiani, russi, romeni, gambiani.

 

 

Presso i Centri Provinciali per l'Istruzione, infatti, sono attivi da qualche anno i progetti di alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana destinati agli stranieri, perlopiù migranti e richiedenti asilo. Veri e propri corsi di italiano finanziati dal Ministero dell'Istruzione per garantire l'integrazione linguistica di chi arriva da altri paesi, oramai una necessità formativa urgente alla luce degli straordinari flussi migratori dell'ultimo biennio. I corsi sono divisi per livello di conoscenza linguistica e sono propedeutici al percorso di istruzione "classico" dell'obbligo. In tutta la provincia sono centinaia gli stranieri iscritti, dalle provenienze più disparate, come Afghanistan, Arabia, Bangladesh, Camerun, Egitto, Georgia, Ghana, Giordania, Iran, Iraq, Libia, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Tunisia, Yemen, Zambia.

 

 

 

A questi, come detto, si aggiungono i numerosi italiani che frequentano le lezioni per avere la licenza media. Il risultato è un meltin' pot spontaneo, che non lascia spazio a nessun episodio di razzismo. Anzi, nonostante le esigenze siano diverse - alcuni vogliono acquisire un titolo dopo aver abbandonato la scuola, altri hanno bisogno delle certificazioni scolastiche per potersi inserire nel mondo del lavoro, di ultimo ci sono gli stranieri che hanno bisogno degli strumenti linguistici per "abitare" un territorio - le differenze emergono solo come valore aggiunto. E come incentivo alla conoscenza.

 

 

D'altronde le classi offrono un'alchimia sociale davvero sorprendente: italiani e stranieri sono seduti accanto, si aiutano, svolgono gli esercizi assieme. Una sorta di "livella" sociale. Il clima che si è respira è carico di voglia di rivalsa. C'è una vita da rincorrere e un futuro da progettare. Per questo è importante studiare.

 

 

Tra i banchi, poi, si nascondono storie spesso molto forti, che fanno onore alla forte volontà di chi frequenta i corsi. L'operaio che ha perso il lavoro e ormai a quarant'anni è costretto a tornare tra i banchi, chi è scappato da tremende guerre civili, ragazze giovanissime che, forse spaventate o più semplicemente sopraffatte dalle difficoltà adolescenziali, hanno lasciato la scuola e adesso sono costrette a ricominciare da capo. Tra questi c'è Joseph, ventottenne originario della Liberia, ormai da diversi anni in Italia, arrivato con una traversata della speranza dalle coste libiche. Nel suo paese studiava Economia, ma non ha potuto continuare gli studi universitari a causa della guerra civile scoppiata nel 2008. In Italia ha dovuto reinventarsi e adesso lavora come interprete nei settori più vari, grazie anche alla conoscenza di diversi dialetti liberiani. Nel tempo libero si dedica anche alla musica e allo sport, è infatti tesserato per una squadra di basket locale.

 

 

Come tutte le realtà che lavorano con extracomunitari, anche i CPIA si interfacciano con le associazioni e le cooperative che si occupano di accoglienza. A Corato una classe, quella di alfabetizzazione base, è quasi interamente frequentata da giovani ragazze provenienti da realtà difficili, inserite in progetti di recupero. A Bitonto, fino a poco tempo fa, il Centro - attualmente ospitato dalla Scuola Media "Rogadeo" - collaborava con la onlus "La Giraffa", da anni attiva con programmi di reinserimento destinate a donne vittima di violenza e sfruttamento.

 

 

Trattandosi di una scuola, la dimensione relazionale costituisce la valvola motrice di tutto il sistema formativo. Si già è detto della cooperazione degli studenti durante le lezioni, a cui si aggiunge una straordinaria integrazione tra le numerose nazionalità presenti. Non si tratta solamente di italiani e "stranieri", c'è da gestire la convivenza tra decine di nazionalità - e a volte può capitare che in una stessa classe si ritrovino giovani provenienti da paesi in conflitto. Ma bastano pochi giorni per abbattere qualsiasi muro. Si pensi a Maria, trentenne russa, che ha invitato alla cerimonia del suo matrimonio (con un residente di Corato, ndr) tutta la classe.

 

 

Per tutto questo il CPIA rimane forse uno dei pochi, straordinari modelli pedagogici integrati - in anni difficili per il sistema scolastico italiano -, che nasce grazie alla scommessa di tanti insegnanti "eroi" che non si sono lasciati intimorire dalla sfida. Come Maria, una laurea in antropologia, la passione per la fotografia e tanti anni di esperienza lavorativa in situazioni difficili - nel carcere di Opera e San Vittore, per esempio: "È una realtà diversa da quella della scuola tradizionale, che ti permette di avere a che fare con una popolazione adulta che ha bisogni ed esigenze reali, che devi essere in grado di soddisfare. Ma a livello umano è una esperienza straordinaria: ricevi molto più di quanto alla fine dai". "All'inizio ero spaventata - spiega Luigia, "Maestra Gina" per gli studenti, originaria di Napoli, tanti anni passati tra le cattedre delle scuole primarie - sapevo che si trattava di un lavoro totalmente diverso, per questo mi sono documentata parecchio. Ma sono a contatto con studenti straordinari. Sono da sette anni qui e non ho mai chiesto il trasferimento". Stessa cosa vale per Katia, a Bitonto, che con la dirigenza scolastica adesso studia ad un programma per coinvolgere i giovani richiedenti asilo del nuovo CAS del "Maria Cristina": "Abbiamo metodologie diverse rispetto alla scuola tradizionale, ma il rapporto che instauriamo con questi ragazzi è incredibile. Una esperienza difficilmente ripetibile in altri contesti". Che restituisce un affresco di un sistema pubblico aperto, complesso e mai spaventato dalle differenze. Lontano dai rigurgiti xenofobi a cui i media e i social ci hanno ormai abituato.