Don Vincenzo Cozzella: 50 anni di ‘ministero della soglia’

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
26 giugno 2016

Don Vincenzo Cozzella: 50 anni di ‘ministero della soglia’

Un ritratto del sacerdote. Stasera al Crocifisso la celebrazione con la comunità parrocchiale e il Vescovo

Ancora una volta 
abbracciamo 
la fede 
che insegna ad avere 
ad avere il diritto 
al perdono, perdono 
sul male commesso 
nel nome d'un Dio 
che il male non volle, il male non volle, 
finché 
restò uomo 
uomo. 

(Fabrizio De André, Laudate hominem, 1970)

 


Sono pochi quelli in questa città che non hanno da raccontare un aneddoto di vita che abbia a che fare con don Vincenzo Cozzella. Nell'arco dei suoi cinquant'anni di sacerdozio (clicca qui per un breve profilo), che saranno ricordati questa sera alle 19 nella celebrazione eucaristica presieduta dall'Arcivescovo Cacucci presso la "sua" Chiesa del Crocifisso, don Vincenzo è entrato negli album di famiglia di moltissimi bitontini, magari per mezzo di un sacramento, una benedizione particolare, la visita ad un ammalato, un aiuto materiale o il semplice accompagnamento spirituale.

Non solo: la città stessa (intesa in senso ampio come comunità civile) gli deve molto, per il folto numero di vocazioni sociali e civiche che il suo ministero produce, senza far rumore, da tempi non sospetti.


Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi (2Tm 4, 7)

Sembra che gli si addica, pertanto, quel versetto di Paolo nella Seconda Lettera a Timoteo, che lo stesso Arcivescovo volle dedicargli nella lettera al termine della Visita Pastorale del 2007: "ho combattuto la buona battaglia, ho corso la corsa, ho conservato la fede".
Eppure, non è possibile iscrivere il suo percorso nella normalità di chi si sia limitato per dieci lustri a "svolgere il proprio compito". È improbabile infatti pensare al servizio pastorale di don Vincenzo nei termini di un'etica del dovere: in lui la vocazione apostolica per il Vangelo assume i tratti della radicalità e dell'urgenza, dell'originalità e dello stupore. Un'interpretazione stra-ordinaria della propria identità –cristiana, prima ancora che presbiterale – che negli anni non ha potuto risparmiargli l'immagine dell'irregolare, del sabotatore, del clandestino. Quello che sembra andare sempre ostinatamente controcorrente rispetto al "così fan tutti". Il bastian contrario. Bandito, o auto-esclusosi (il risultato non cambia) dalle varie cricche, gruppi, cenacoli, confraternite e bande in cui la socialità borghese di questa città ama organizzarsi.

Chi è passato anche una sola volta a incontrarlo nel suo studiolo adiacente alla sacrestia, magari a tarda ora, lo ha capito subito: amico di tutti, ma dalla parte di nessuno. "Laico", cioè, nel senso più religioso che questo termine possiede: autenticamente uomo qualunque, di tutti e per tutti, prima di e sopra ogni fazione e interesse.

 

 

Altro che soddisfazione per la strada percorsa. Don Vincenzo Cozzella è un sacerdote dell'imminenza. Della prossimità e dell'avvenire. Sempre avanti rispetto ai tempi, non per vezzo di modernismo, ma per fedeltà al carattere di novità dell'Annuncio, anni fa è stato il primo prete a Bitonto a celebrare apertamente il funerale di un suicida, quando ancora (?) questa parola faceva tremare le vetrate delle chiese e le false coscienze dei sagrestani; evangelicamente persuaso, come cantava De Andrè nella Preghiera in Gennaio, che "Dio di misericordia /il tuo bel Paradiso /lo hai fatto soprattutto /per chi non ha sorriso /per quelli che han vissuto /con la coscienza pura /l'inferno esiste solo /per chi ne ha paura".

 

Non in commotione Dominus (1Re 19, 11)

Ma è anche uomo dei paradossi, don Vincenzo: forse il più "bitontino" dei preti in quanto a origini, innanzitutto, eppure così refrattario allo stile della bitontinità. Nessuna concessione a tradizioni, tic, usanze e automatismi perbenisti. E perciò tanto conosciuto quanto criticato da concittadini e confratelli, spesso avvertito come un corpo estraneo, come la pecora nera. L'unico parroco bitontino – per citare solo la sua "bandiera" più nota – a resistere strenuamente per tutti questi anni alla tentazione di intitolarsi una processione. A rinunciare, cioè, allo status symbol per eccellenza della bitontinità media.

Perché? Perché "Dio non è nel terremoto", come constata Elia nella teofania sul monte Oreb raccontata nel Primo Libro dei Re. Perché Dio non è affare di proclami e manifestazioni, spettacolari esibizioni devozionali e prodigiosi segni esteriori. "Non in commotione Dominus": Umberto Eco ci concludeva anche la sua settima giornata ne Il nome della rosa. E allora dove si trova Dio? La Settanta (greco) e la Vulgata (latino) ci hanno abituati a tradurre la risposta di Elia nel Primo Libro dei Re come "il mormorio di un vento leggero". C'è però una traduzione francese (molto cara al filosofo Emmanuel Lévinas), più fedele all'originale ebraico, che dice: "une voix de fin silence". Dio è una voce di silenzio sottile.

Una voce di silenzio sottile: chi conosce don Vincenzo sa che in fondo questa è la cifra della sua stessa postura nei confronti della vita, riservata e laterale rispetto ai clamori mondani, timida di un pudore per le emozioni capace di trapelare più per le parole non dette che per quelle pronunciate. E questo spiega come la sua persona coincida completamente con la sua vocazione sacerdotale: perché "una voce di silenzio sottile" è anche il linguaggio con cui don Vincenzo ha abituato la sua comunità a parlare di Dio e con Dio.

Quando si comprende questo, la sua "battaglia" contro la pietà popolare e le processioni perde d'improvviso il carattere illuminista ed elitario della "fede adulta", per tornare a coincidere semplicemente con una proposta di fede aderente all'umanità dell'uomo.
Una proposta di fede in Dio, fiduciosa nell'uomo. Rispettosa dell'intelligenza dei fedeli, della loro capacità di crescere nella fede (e in questo, sia detto per inciso, genuinamente tomista, "trasgressiva" solo per chi – e sono molti – ha dimenticato le radici filosofiche della teologia cattolica).

Da qui anche la tenace attenzione alla Parola e all'esegesi, che si traduce poi nell'abitudine a citare e tradurre dal pulpito l'originale greco antico del Nuovo Testamento. Mai per erudizione fine a se stessa; al contrario, per rispetto dell'intelligenza dei fedeli e della loro capacità di sviluppare un approccio critico alla base testuale di cui le Scritture sono composte.

 

 

Infine, un rifiuto del "terremoto" anche nell'applicazione concreta del Vangelo alla vita. Cioè, una pastorale incentrata sull'amore intelligente. Nella convinzione che la carità cristiana non debba esaurirsi in una "buona azione", in un'elemosina, in una raccolta di viveri, ma debba suscitare conversione, cioè un cambiamento di mentalità dei cristiani, la capacità di riflettere e intendere in modo diverso la propria vita e i propri valori.
Parola, liturgia e vita: l'impegno sacerdotale di Vincenzo Cozzella è sempre stato finalizzato a farsi carico dell'onere della coerenza nella sintesi fra questi tre aspetti, prima ancora che ciò divenisse con Cacucci l'identità pastorale della diocesi, sotto il nome di "Mistagogia".

In più – ed è questo "più" a dare autenticità alla sua testimonianza di cristiano e sacerdote – don Vincenzo lo fa ogni giorno con uno smagliante sorriso sulle labbra. In quel sorriso la bellezza del Vangelo, da parola, si fa verità. Quel sorriso racchiude in fondo tutte le sue "opzioni" teologiche: più che la teologia del sacrificio, quella della gioia; più che del peccato, della grazia; più che della giustizia, della misericordia; più che del Mistero, della Rivelazione; più che del Decalogo, delle Beatitudini; più che del sacro, quella del santo. Tra i "segni" del Vangelo giovanneo (da lui chiamati così ben prima che la nuova traduzione italiana delle Scritture sostituisse la dizione "miracolo"): le nozze di Cana, più che la "rianimazione del cadavere" di Lazzaro, come la chiama provocatoriamente lui citando l'esegesi di Alberto Maggi. Una fede libera dal ricatto dei voti (nell'ampia gamma semantica del termine). Il "Dio gratis" di cui scriveva Juan Arìas.

 

Illum oportet crescere, me autem minui (Gv 3,30)

Infine, due impronte fondamentali – che forse in fondo sono una sola: il Concilio Vaticano II e mons. Tonino Bello. Che per don Vincenzo hanno significato la possibilità di una fedeltà fresca, giovane, poetica al Vangelo e alla Chiesa. Una fedeltà che rinuncia al privilegio e sceglie la semplicità; che mette in guardia –virtù sempre più rara nel clero – dal confondere il ministero del sacerdote (da minus=meno) con un magistero (da magis=più). È la "Chiesa del grembiule", quell'entusiasmante proposta pastorale che don Tonino icasticamente aveva racchiuso nell'equazione tra l'istituzione dell'Eucarestia (nei tre Vangeli sinottici) e la lavanda dei piedi (nel solo Giovanni): il mistero eucaristico, mistero dell'amore, si traduce in definitiva nel Maestro che lava i piedi ai discepoli, perché loro li lavino gli uni agli altri. Quell'immagine che, significativamente, proprio nella Chiesa del Crocifisso campeggia in un grande affresco nella lunetta a destra dell'ingresso.

La Chiesa del grembiule che non ha paura di contaminarsi col mondo. Di sporcarsi, di confondersi. Di impersonare il pastore che – lungi dagli schemi del "potere pastorale" teorizzato da Michel Foucault –prende "l'odore delle pecore", come ama dire Papa Francesco. Quella Chiesa che don Vincenzo ha visto e creduto annunciata nella discontinuità del Concilio, e che mette in pratica quotidianamente.

C'è un dettaglio, un'inezia nelle liturgie di don Vincenzo , che riesce a spiegare tutto ciò meglio di tante parole. La più significativa delle sue piccole "trasgressioni" al Messale. Pochi, anche fra i più assidui frequentatori del Crocifisso, l'avranno notato: impartendo la benedizione conclusiva, anziché dire, come di rito "vi benedica Dio...", don Vincenzo dice "ci benedica Dio...". Dal vi al ci. Una piccola e insignificante lettera che vale un'intera rivoluzione, teologica, pastorale, ecclesiale.
È questa in fondo la chiave di interpretazione ultima del ministero sacerdotale di don Vincenzo: un'immersione totale nella propria comunità. Non per rinunciare a rappresentare Cristo, ma al contrario perché "bisogna che egli cresca, io invece diminuisca".

C'è un luogo in cui tutto questo prende forma: la soglia della chiesa. A molti sarà capitato di trovarlo spesso lì, don Vincenzo. A chiacchierare, a salutare. Sulla soglia: né dentro, né fuori. La soglia non è un varco; non ha una direzione predefinita. È un luogo di passaggio e di confine, di incertezza, di contaminazione, di possibilità. È quel posto in cui, facendo un passo indietro, si permette ad altri di entrare, e a Qualcuno di venirgli incontro. È il luogo dei rovesciamenti: in cui, con don Tonino, "la messa è finita, andate in pace" diventa "la pace è finita, andate a messa". Ecco, è lì che continuerete a incontrarlo don Vincenzo, sulla soglia. Là dove, sul fare del mattino, il buio composto e sacro della chiesa viene provocato da un timido bagliore proveniente dall'esterno. Affacciatevi pure sulla soglia, non sarete soli. Non abbiate timore. È soltanto l'aurora.