Alina, da un istituto bielorusso alla vita in Italia

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
07 giugno 2016

Alina, da un istituto bielorusso alla vita in Italia

La storia di una delle tante bambine adottate in città dopo Černobyl'

Dagli anni Novanta la realtà delle adozioni dei bambini dell'Europa orientale è cresciuta e diventata molto importante, al seguito del disastro della centrale di Černobyl', di cui lo scorso 10 maggio è caduto il trentesimo anniversario. In Puglia esistono diverse associazioni, in particolar modo a Ruvo e a Modugno, dove gruppi di volontari, coadiuvati dall'aiuto delle rispettive diocesi, mettono in contatto le famiglie italiane con i bambini stranieri e fanno da medium per farli arrivare in Italia. BitontoTv ha voluto incontrare una delle prime ragazze che sono state adottate dalla Bielorussia, dopo un fermo alle adozioni di alcuni anni. Si chiama Alina, oggi ha diciassette anni e frequenta il Liceo Linguistico "Carmine Sylos" di Bitonto.

 

Alina, quando e perché sei stata accolta in istituto?

Sono nata il 23 Luglio del 1998 a Katka, un paesino di campagna della Bielorussia. Nel mio paese d'origine ci sono diverse regole e leggi che tutelano i bambini. Se, per esempio, una donna con tre figli, come era il mio caso, non possiede una casa adatta, non riesce a mantenerli economicamente, magari perché disoccupata, i bambini le vengono tolti. Per questo motivo, erano molte le donne a cui venivano sottratti i propri figli e c'erano tantissimi istituti per accoglierli, anche se ora dicono che siano chiusi. Io sono entrata in istituto all'età di uno o due anni, non sono bene informata. Quando sono stata adottata, mi dissero che sono stata lasciata appena nata, invece in istituto mi hanno detto che avevo già compiuto due anni.

 

 

In che genere di istituto sei stata accolta?

Sono i cosiddetti did dom, istituti in cui i bambini vivono dai primi mesi fino all'età di sei anni, una sorta di orfanotrofio. Lì sono stata con mio fratello e mia sorella, ma ovviamente non ricordo molto. Siamo rimasti fino a quando ho compiuto cinque anni, poi i miei fratelli sono andati via, mia sorella in un altro istituto, mentre mio fratello è stato preso in una casa famiglia, una famiglia vera e propria che accoglie un bambino con i finanziamenti dallo Stato. Al posto di farli rimanere in istituto, alcune famiglie li tengono con sé, in quella di mio fratello, ad esempio, c'erano altri nove bambini. Nel did dtom c'era un progetto che consentiva solo ad alcuni bambini di andare in Germania per l'estate. Io ci sono stata per due anni, perché gli istituti chiudevano o ci mandavano lì per vacanza. C'era anche chi aveva la fortuna di essere ospitato nelle case famiglia, ma ovviamente non capitava a molti, perciò gli istituti rimanevano sempre aperti. Io sono stata ospitata da una famiglia tedesca che viveva in una fattoria, dove c'erano tanti animali. Non ricordo purtroppo la località. Il padrone di casa era un uomo di cinquanta anni circa, entrambi non sapevamo la lingua dell'altro, così comunicavamo a gesti. Era divorziato e viveva con un bambino del mio stesso istituto. Non ricordo molto se non attraverso delle foto, perché ero molto piccola. Nei week-end invernali invece, dal venerdì fino alla domenica sera, stavo a casa da una donna, che aveva quattro figli maschi. Io ero la più piccola e questa signora mi scelse poiché non poteva avere delle figlie. È uno dei periodi più sereni, di questa famiglia conservo molti bei ricordi. Quando mi sono trasferita nell'istituto misto (c'erano bambini maschi e femmine) di Babrujsk, una città grande quasi quanto la nostra Bari, non sono più potuta andare in Germania e non sono potuta più stare dalla signora che mi ospitava nei finesettimana, anche se mi veniva spesso a trovare. All'età di cinque anni, quando ero ancora nel primo istituto, mia madre adottiva, Cinzia, voleva prendere una bambina piccola russa, ma non le fu permesso perché in quell'istituto non era possibile adottare dall'Italia. Solo nel secondo did dom era concesso, così mia madre ha aspettato. Io la conoscevo già, mio padre adottivo, Nicola, mi veniva spesso a trovare e mi parlava di lei. Sono stata fortunata perché avevo già una famiglia che voleva adottarmi. Sono arrivata in Italia e ha conosciuto di persona la mamma. Sono tornata in Italia per un mese tutti gli anni fino al 2009, quando sono stata adottata.

Come sei arrivata in Italia?

All'inizio arrivavo tramite un'associazione di Ruvo, poi con una di Modugno. Restavo alla casa dei miei genitori dall'inizio di Giugno e partivamo alla fine di Agosto. Arrivavo con l'aereo, pieno di tutti bambini che venivano in Italia. Quando avevo otto anni e sono venuta in Italia per la prima volta, mia madre volva che cambiassi istituto, così sono stata trasferita a Mahilëŭ, dove c'erano solo bambine. Era certo migliore, si stava bene e non sono stata mai maltratta, ma non volevamo rimanere chiusi dentro. Anche Mahilëŭ non è una città molto sviluppata, all'inizio ero l'unica bambina del gruppo, solo in seguito sono arrivate altre ragazze, ma nessuna della mia stessa età. Per fortuna i genitori potevano chiamare in istituto, mia madre Cinzia mi chiamava tutti i giorni.

 

 

Quando sono iniziati i preparativi per l'adozione?

Da quando avevo sette anni mia madre Cinzia ha richiesto l'adozione e il 18 febbraio del 2009 ci fu l'udienza. Fu tutto molto rapido, arrivai in Italia il 5 marzo dello stesso anno, anche se di solito solo l'udienza dura un mese. Quello stesso sabato cominciai a frequentare la prima classe della scuola media "Anna de Renzio".

Hai ancora contatti con tutti questi ragazzi che hai incontrato?

Inizialmente sì, ero in contatto con la mia migliore amica e con il mio gruppo, tutte le bambine dell'istituto erano divise in sette gruppi da dodici. Ricordo ancora che ognuna di noi aveva un proprio compito, c'era chi controllava l'abbigliamento delle altre, chi curava il giardino. Tutte le ragazze potevano fare delle attività all'interno dell'istituto, c'erano corsi di canto, cucito, danza, disegno, io ho partecipato sostanzialmente a questi. Ho mantenuto i contatti per un po' dopo l'adozione con le mie amiche di quell'epoca, ma ora non più.

 

 

Hai mai conosciuto la tua mamma biologica?

In prima media, nel periodo di Natale, sono ritornata in Bielorussia per conoscere mia madre naturale. Sono riuscita a conoscere mia nonna e mia madre e ho rincontrato anche mia sorella Ilena, che invece era riuscita a rintracciarla. Mia madre era molto distaccata, invece la nonna, a cui rassomiglio parecchio, era più dolce, più vicina. Ilena, molto più sensibile perché è stata più sfortunata, voleva rimanere con me. Lei ha due anni in più, mentre mio fratello Milan è più grande di quattro. Milan sta studiando per entrare in polizia, Ilena vuole diventare invece una designer.

Sei ancora in contatto con loro?

Non sono in contatto costante con la mia famiglia d'origine. Ho sentito mia madre solo poco dopo l'adozione. Ho qualche contatto con mia sorella, ma per me è quasi come un'amica lontana. Non sento Milan invece dallo scorso luglio, quando mi ha fatto gli auguri di compleanno.

 

 

Com'è stata la tua vita appena arrivata in Italia?

È stato difficile prendere il ritmo della scuola, ho dovuto imparare a scrivere l'italiano, anche se avevo imparato a parlarlo durante i viaggi estivi. Katrin, una mia amica della Bielorussia che era sempre ospitata a casa dei miei genitori con me, non è potuta più venire. Anche Sasha, un'altra mia compagna, è stata ospitata solo per poco, perché aveva un permesso di soggiorno. Alla maggiore età è tornata dalla sua madre biologica, perché è riuscita ad avere contatti con la famiglia d'origine. Con i miei parenti italiani c'è stato fin da subito un buon rapporto, anche se si è incrinato un po' quando ci sono stati alcuni litigi con mia madre e mio padre. Ora il rapporto è molto disteso con tutti, anche se ci sono stati degli alti e bassi.

Com'è stato il rapporto con i ragazzi italiani?

I professori e gli amici sono stati disponibili e molto vicini. All'inizio mi trattavano male, ero ritenuta inferiore, ma poi abbiamo imparato a conoscerci e ora ho un bel rapporto con tutti.

Quali sono le principali differenze tra la vita in Bielorussia e in Italia?

La vita è molto più semplice e il rapporto con i ragazzi, gli unici che ho davvero conosciuto, stando in istituto, è molto più confidenziale, perché nessuno ti giudica per i vestiti e per il comportamento. Anche se anche all'interno della scuola, che era esterna all'istituto, c'erano delle discriminazioni tra i bambini, da un lato quelli con i genitori e dall'altro quelli dell'istituto. Con i professori il rapporto è più distaccato e formale. Rimpiango la scuola bielorussa, lì lo studio era più costante perché i docenti pretendevano molto da noi studenti.

Qual è il ricordo più bello che conservi della Bielorussia e dell'Italia?

In Bielorussia i momenti più belli sono quelli del gioco, quando magari nevicava, perché erano gli unici momenti di evasione. Ricordo poi i bambini, le regole che scandivano le giornate, perché la vita lì è molto più semplice, meno sofisticata che in Italia, dove invece bisogna vestirsi e comportarsi in un certo modo. Mi piaceva molto la divisa scolastica, perché ci rendeva uguali agli altri bambini. I ricordi in Italia sono davvero tanti, ma sicuramente non dimenticherò mai il giorno della festa di benvenuto che i miei genitori mi hanno organizzato all'arrivo. C'erano tutti i miei parenti e alcuni dei compagni che avrei conosciuto a scuola.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

A diciotto voglio trasferirmi e terminare gli studi probabilmente a Torino con il mio ragazzo, Michele. Voglio rimanere in Italia, manterrò sempre i contatti con i miei genitori, non li lascerò. Non intendo trasferirmi in Bielorussia, forse ci tornerò per incontrare la mia famiglia d'origine.