A prescindere

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
06 giugno 2016

A prescindere

Cultura e spocchia, da Totò all’Accademia della Battaglia. E ritorno

Quod scripsi, scripsi. La risposta pilatesca dei responsabili dell'Accademia della Battaglia alle richieste di mea culpa giunte da più parti in merito all'affaire "corteo storico" ha un lungo e interessante sottotesto. Diciamolo subito: non abbiamo nessuna intenzione di tornare sul merito della già troppo vexata quaestio, che peraltro fortunatamente negli ultimi giorni sembra aver preso una piega propositiva e costruttiva. Ma il pervicace rifiuto di ammettere di aver commesso foss'anche una semplice "gaffe estetica" da parte degli organizzatori rivela forse un tratto più generalizzabile di "bitontinità" sul quale riflettere. Il nesso che in questa città intreccia subdolamente cultura e arroganza.

L'assunto implicito che ha ispirato quanti sono intervenuti dal fronte istituzionale sin dalle prime ore successive al fattaccio è stato: condannare l'atto, non gli agenti; tutelare "un'associazione di cittadini come l'Accademia che da più di un decennio stravolge e promuove l'immagine di un territorio, avendo come sola ricompensa l'amore che nutre per Bitonto" (cfr. post fb del Sindaco del 28 maggio). Una grossa colpa ma nessun colpevole, dunque. È questa in fondo anche la ragione delle schermaglie in Consiglio Comunale, tra un fronte di opposizione propenso ad una condanna "senza se e senza ma" e la linea del primo cittadino e dei suoi, tesa a minimizzare le responsabilità degli organizzatori.

Perché? Cosa conferisce a taluni in questa città il titolo di "intoccabili"? Si risponde: la loro generosità; anzi: la gratuità del loro impegno. Dobbiamo ringraziarli, a prescindere, per dirla con Totò. A prescindere dalla merda, dai negri, dalla pubblica arroganza. Il che, a pensarci bene, svuota in fondo di significato quel grazie, che diventa solo formale, di maniera: ringraziarli non per quel che fanno, ma perché fanno qualcosa. L'impegno civico un tanto al chilo.

L'intera faccenda ha un che di tristemente infantile. Ricorda in effetti il bambino che, quando non si accettano le sue regole, se ne va con il pallone. Perché il pallone è suo.
L'immagine è calzante. Gli spazi pubblici della cultura in questa città troppo spesso assomigliano a giocattoli messi in mano a bambini capricciosi. Guai a toccarglieli. Appartengono a loro. Le regole le stabiliscono loro, altrimenti "arrangiatevi, riprendetevelo, io me ne vado". Un intimo tradimento del mecenatismo, che da attività liberale per eccellenza, si fa ricattatorio.

Non si tratta forse, a ben vedere, solo di un vizio delle politiche pubbliche. Ne va del modo stesso di intendere la cultura da parte di una buona fetta – con le dovute eccezioni, è ovvio – della classe dirigente bitontina. La cultura come professoralità, come munifico patrocinio, come status symbol, come conversazione da salotto. Quella "cultura della spocchia e dell'arroganza lungamente confezionata negli anni che furono da una certa intellighenzia nelle sagrestie bitontine" di cui parlavamo già tre anni fa, chiosando il patto generazionale con i "maestri nobili" di noi sperduti giovani bitontini. È la cultura come segno di distinzione, come strumento di potere autoreferenziale, come movente per affermare, con il Sordi del Marchese del Grillo, citando un sonetto di Gioacchino Belli: "io so' io e voi non siete un cazzo!". Una cultura engagé, "impegnata", a disimpegnarsi, a disobbligarsi dal gioco della brutta e sporca mediazione sociale, che si tesse sul piano orizzontale e omogeneo della comunità. Quella parolaccia che agli "uomini di cultura" fa correre un brivido lungo la schiena, democrazia.

È questo forse il retropensiero di chi in questa città converte la propria cultura (non è già questo un ossimoro?) in un titolo di merito e in una rendita di posizione. Un rischio mortale per la cultura stessa. Che è se stessa solo quando è completamente estroflessa, ripiegata nel mondo brutto e cattivo, dove ci si sporca le mani con la cacca dei cavalli e le critiche possono guastare le infiorettature retoriche della benemerenza. Perché la cultura è certamente strumento di libertà e di emancipazione, ma solo in quanto è pegno di responsabilità. È un dovere, prima che un privilegio. Un umile servizio, a prescindere – adesso sì – dal riconoscimento.

La cultura come licenza assoluta ha fatto il suo tempo. Se ne facciano una ragione quanti contavano di garantirsi una carriera civica sulla spocchia. Abbiamo tutti orecchie per sentire, occhi per vedere, voce per parlare. E per criticare, se occorre. È la Cultura (quella vera), bellezza. E tu non ci puoi fare niente.
Due o tre cosette le abbiamo studiate anche noi. Le abbiamo anche comprese, noi.