La Bitonto del 'noi' e 'loro'

Savino Carbone
di Savino Carbone
L'angolo del direttore
07 maggio 2016

La Bitonto del 'noi' e 'loro'

Alcune riflessioni a margine degli episodi criminosi che hanno coinvolto alcuni turisti

Sembra di tornare indietro di vent'anni. Lo sconforto dopo i fatti criminosi recenti, che hanno colpito un nutrito gruppo di turisti francesi e una coppia spagnola, si può riassumere in una semplice frase. La metamorfosi di Bitonto da cittadina a vocazione agricola a polo attrattivo di interesse storico e culturale rimane sempre a metà, per colpa di una piccola fetta di comunità. Quella criminale.

Per inciso. Non parliamo dei grandi gruppi malavitosi o della guerra tra clan che imperversa ad intermittenza, ma dei piccoli criminali, dediti solitamente a reati minori. Per racimolare soldi per comprare stupefacenti o un regalo alla compagna. Meno "politici" dei signori della droga e perciò sciolti, senza nulla da perdere, in grado di incutere più timore alla "gente comune".

Loro a colpire profondamente la nostra città, la loro città - i primi testimoni hanno confermato l'origine autoctona dei due giovani incappucciati che hanno derubato i francesi, ndr. Una ferita profonda, quella inferta in queste ore, che riapre le piaghe di una città incapace di superare lo status di cenerentola e affermarsi definitivamente.

A vincere è stata la politica dell'esclusione. Del "noi e loro" che ha ingravidato sempre più la cultura criminale: per decenni Bitonto è stata divisa in malviventi e gente perbene. E la rabbia e l'indolenza dei primi è cresciuta sul biasimo dei secondi, mai preoccupatisi di provare a costruire una società inclusiva, che vedesse nel ladruncolo un membro della comunità da riabilitare.

In questo contesto è stata quasi naturale la perdita del senso identitario. Di questo stiamo parlando: apolide è chi si è macchiato di questi crimini, (auto)escluso dall'archeologia dei costumi della nostra città. Estraneo al valore dell'ospitalità tipico della gente di Bitonto, meticcia per storia.

E poco ci possono fare le forze di sicurezza, troppo - ingiustamente - impegnate con la carenza di personale e mezzi. Siamo davanti ad un disastro sociale. Di cui siamo prime vittime, ma certo non esenti da colpe. L'arma che ha ferito la città, le istituzioni che da lustri si battono per la riqualificazione del centro urbano, i giovani ciceroni, il lavoro di tante attività ricettive, le scuole, chi lotta per portare musica e cultura nelle piazze, chi ogni giorno sceglie la strada dell'onestà, è stata brandita anche da noi. Sempre pronti ad additarli, mai ad avvicinarli.

L'impegno futuro, al di là di quello che potranno fare Prefettura e organi di polizia, dovrà essere quello di riaprire un veicolo di riabilitazione. Colmare il gap tra la comunità e la non-comunità, tra "noi" e "loro". Sarà una partita lunga e con poche speranze. Ma che va giocata. Senza paura di capitolare. Lo dobbiamo a "noi" che oggi siamo affranti. E a "loro", che non riescono ad esserlo.