Interruzioni volontarie

Federica Monte
di Federica Monte
Inchieste, Interruzioni Volontarie
20 maggio 2016

Interruzioni volontarie

Lo speciale di BitontoTV dedicato all'aborto

Nei prossimi giorni ricorrerà il 38esimo anniversario di una delle leggi più contestate della storia repubblicana del nostro paese, la 194 del 22 maggio 1978. Quella sull'interruzione volontaria di gravidanza. Considerata reato penale fino al 1978 è ancora oggi oggetto di forte dibattito.

Se si guarda al passato si scopre che a dispetto di qualsiasi immaginazione, l'interruzione di gravidanza è vecchia quanto il mondo. La prima testimonianza scritta di aborto, ritrovata nel Papiro Ebers, risale al 1550 a.c. Diffusa anche tra i greci e i romani e punibile per legge, questa pratica è diventata legale soltanto con l'avvento dei primi regimi comunisti dell'est, quando incominciò a diffondersi il controllo sulle nascite. Nell'Europa occidentale pioniera in tal senso è stata l'Inghilterra che l'ha introdotta nel 1968.

La storia giuridica italiana sull'aborto è iniziata pochi anni prima del 1978. La legge 194 è stata il prodotto di un acceso dibattito etico e politico, inaugurato dall'arresto dei dirigenti del CISA (Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto). Il CISA, infatti, si proponeva di combattere le pratiche clandestine, assistendo pubblicamente le donne che intendevano abortire, organizzando viaggi nelle cliniche inglesi e olandesi, pur essendo di fatto fuorilegge. Tra i membri, c'era anche Emma Bonino che affiancò Adele Faccio, in quella che Marco Pannella definì "una battaglia per i diritti civili", e che dichiarò di aver causato 10141 aborti.

L'art. 4 della legge 194 del 1978 stabiliva che l'interruzione di gravidanza è praticabile entro i primi novanta giorni dal concepimento quando "il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito". Superato il quarto mese e fino al quinto, era possibile interrompere la gravidanza solo per motivi di natura terapeutica, quando "la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna" si legge invece all'art. 6.

Questa discussa legge è stata, insieme ad altre norme, oggetto del referendum abrogativo del 17 maggio 1981, in cui il Partito Radicale promuoveva l'abrogazione di una parte della legge per renderla più fruibile, per esempio eliminando il divieto d'aborto per le minorenni, mentre il Movimento per la Vita – di natura cattolica – intendeva ostacolarne l'applicazione. Con il 79,40% dei votanti, entrambe le abrogazioni non furono accettate dal popolo italiano, con i No che superarono i Sì: per la proposta dei Radicali l'88,40% per il Movimento per la Vita 68%.

Oggi il dato che registra le interruzioni volontarie di gravidanza è in continua diminuzione. Nel 2013 sono state 102.760 rispetto alle 103.191 del 2012, secondo le rilevazioni Istat. Un dato praticamente dimezzato dal 1982, quando si registrò il picco storico di oltre 200mila casi – che dimostra la validità delle campagne di prevenzione e l'uso più frequente degli anticoncezionali. L'Italia è uno dei Paesi dell'Unione Europea con il più basso tasso di abortività volontaria. Le donne nubili sono più propense ad interrompere la gravidanza rispetto alle coniugate, e il tasso più alto si registra tra le donne di età compresa tra i 25 e i 29 anni.

La scelta volontaria di abortire, di per sé estremamente difficile per le donne, spesso non viene agevolata dai medici, perché la 194 ha legittimato gli obiettori di coscienza. Secondo la Relazione annuale del Ministero della Salute, presentata nel 2015, gli obiettori di coscienza tra i ginecologi sono in continuo aumento: a livello nazionale si è passati dal 58.7% del 2005 al 70.0% del 2012. La situazione peggiora nella dimensione regionale. Son ben 8 le regioni italiane in cui la percentuale dei ginecologi obiettori supera l'80%. In Puglia su 41 strutture ospedaliere, con reparto di ostetricia e ginecologia, solo 21 strutture praticano l'interruzione di gravidanza, pari al 51,2%.

Occorre chiarire però che l'intero personale medico non può ostacolare in nessun modo l'interruzione di gravidanza. L'obiezione concerne soltanto le procedure e le attività pratiche, non l'assistenza antecedente e conseguente all'intervento, come stabilito dall'art. 9 della stessa legge.

Nel frattempo l'Italia è stata più volte biasimata dal Comitato europeo dei diritti del Consiglio d'Europa, perché un numero così elevato di obiettori di coscienza "viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza". Del resto 21 mila donne nel 2012 sono state costrette a rivolgersi in un'altra provincia (il 40% addirittura in un'altra regione) per poter esercitare la propria libertà di scelta. In Francia tutti gli ospedali hanno l'obbligo di rendere disponibili i servizi per l'interruzione di gravidanza, in Inghilterra solo il 10% dei medici è obiettore e in Svezia l'obiezione di coscienza non esiste.

 

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