Free Bird. L'arte del parkour

Savino Carbone
di Savino Carbone
Video, Sport, Inchieste
09 maggio 2016
Photo Credits: Lisa Fioriello

Free Bird. L'arte del parkour

A Bitonto alcuni ragazzi praticano la disciplina underground

Spostarsi da una parte all'altra, evitando ostacoli, facendo affidamento solo sul proprio corpo. Non ci sono molte definizioni di parkour, la disciplina metropolitana nata sul calare del secolo scorso in Francia. In effetti, il free running - altra definizione coniata recentemente da Sébastien Foucan - è un'arte sportiva basata sull'assenza: non esistono impianti sportivi dedicati al parkour, nessun mezzo per proteggersi, nemmeno l'ostacolo. Tutto deve essere superato.

 

 

Il "no limits" è l'idea che muove anche un gruppo di ragazzi di Bitonto, che negli ultimi anni praticano la disciplina nelle periferie della città. Giuseppe, Domenico e i loro amici, poco più che adolescenti, abbracciano appieno lo spirito del parkour. Nessuna restrizione. Niente orari fissi, ci si incontra quando c'è sole. Per allenarsi basta un muretto. E tanta forza di volontà. Perchè praticare parkour in una cittadina del Sud Italia significa che i limiti da superare non sono sempre quelli architettonici.

 

 

Capita spesso di scambiare il free running per vandalismo. Lo fanno i residenti dei quartieri dove si riuniscono, ma anche le forze dell'ordine che, a volte, non comprendono la natura dei tricks dei ragazzi. Eppure il parkour è una disciplina riconosciuta recentemente dal Coni e dall'avvenire florido. In tutta italia nascono sempre più associazioni e enti dediti alla formazione dei nuovi traceurs, i tracciatori, quelli che si occupano di organizzare i parcours, i percorsi - il termine francese che ricorda i parcours du combattant di Georges Hébert, a cui si ispira la disciplina.

 

 

Come qualsiasi attività sportiva - e forse più, non essendo propriamente "regolamentata" - il parkour richiede un allenamento costante e duro. Essendo una disciplina in cui l'atleta può contare esclusivamente sulla propria forza fisica, i ragazzi si allenano tanto. Bisogna superare le barriere, ma anche saper attutire i colpi. In questo senso il free running è una disciplina "maieutica": "grazie al parkour sono più consapevole delle mie potenzialità - ci spiega Giuseppe - so cosa posso fare e cosa no, e posso studiare un percorso di crescita. Conosco finalmente me stesso".

 

 

I traceurs, però, non sono soli. In tanti apprezzano la loro attività e ogni tanto vanno a fargli visita. Assieme alla nutrita comunità underground che ritrova nel parkour - o nello skateboarding e nel writing - una dimensione terza alle regole sociali imposte dalla società dominante. Figli del web e del break the rules.

 

 

E con le ginocchia sbucciate e le fronti grondanti di sudore, i ragazzi si ritrovano nell'esperienza di libertà che solo un'attività estrema può dare. Consapevoli di contribuire alla crescita della comunità: in fondo è un modo di ridare vita alle periferie, di trasformare luoghi di consumo in spazi per le relazioni, persino di ridare decoro ad un quartiere, considerato che i tracciatori devono ripulire tutte le aree in cui praticano parkour. Altrimenti rischiano di farsi male.

 

 

E fa niente se le istituzioni, su tutte quelle sportive, non hanno compreso ancora appieno il fenomeno. O se vengono tacciati come bad boys. I giovani runners sanno di essere dei pionieri. E nessun ostacolo sarà mai troppo alto. Sono tremendamente abituati a superarli.

 

La gallery fotografica di Lisa Fioriello