Bitonto pupilla negra

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
30 maggio 2016

Bitonto pupilla negra

Del Perturbante nella magnifica indifferenza della Storia

Nel 1874, nella seconda delle sue Considerazioni Inattuali, Friedrich Nietzsche spiegava come l'unico vero merito del passato, della storia, fosse, in fin dei conti, proprio la sua inattualità. Lo scarto, la misura dell'incongruenza col presente, l'avanzo su cui costruire le interpretazioni dell'oggi, affinché la vita progredisca verso la novità, anziché aderire a dei modelli idealizzati. Insomma, la storia dovrebbe essere come la celebre scala di Wittgenstein, che si getta via una volta che vi si è saliti. Per questo il filosofo tedesco non sopportava la "storia antiquaria", quella che cerca nel passato i fasti per celebrare la propria identità tradizionale, a mo' di "decorazione della vita". Sì insomma, quella dei cortei storici. Ecco, basterebbe aver letto Sull'utilità e il danno della storia per la vita, lì c'è tutto. Per chi non ne avesse avuto il privilegio, le righe che seguono.

L'accaduto e la polemica che ne è seguita sono ormai sulle bocche di tutti, non serve entrare nei dettagli (per i pochi sprovveduti): i ragazzi di colore del centro di accoglienza arruolati come stallieri nel corteo storico di venerdì scorso. Diciamolo meglio: arruolati per raccogliere in maschera la cacca dei cavalli, armati di palette e scope probabilmente appena uscite dall'Ikea (l'efficienza postmoderna in questo caso ha prevalso sulla fedeltà storica). Quel che è sfuggito ai più, e che comunque non è entrato nell'infinita polemica scaturitane, è un piccolo dettaglio: uno di questi ragazzi, avrà avuto vent'anni, al seguito – potrei sbagliare – della carrozza della "famiglia Pannone". L'unico a non vestire gli abiti d'epoca, chissà forse erano esauriti, o magari lui si è aggiunto all'ultimo momento. Bermuda e camicia bianchi – l'"uniforme" per rimediare al sacrilegio scenico – un vistoso orologio arancione al polso destro, in una mano scopa e paletta, nell'altra lo smartphone portato all'orecchio. Ha parlato al telefono tutto il tempo. Andatura dinoccolata, voce alta e sguaiata, l'aria strafottente di un qualunque "topino" bitontino. Completamente fuori luogo. Stridente. Stonato. Irritante. Magnifico.

Quel ragazzo, la sua esibita contraffazione, erano il cuneo di verità nel compiacimento generale della messinscena. Una verissima falsità, la sua. Das Unheimliche: il Perturbante freudiano. Quell'implicito "io qui non c'entro nulla" che si rovescia come senso di inadeguatezza su tutto il resto, sul teatro, i suoi burattini e i suoi spettatori: alla fine siamo noi a renderci conto che "qui, non c'entriamo nulla", che tutto questo spettacolo "non c'entra nulla". La sua splendida indifferenza al compito di immedesimazione richiesto dal gioco, la cruda venalità di spalare merda per la prosaica utilità di venti euro (sic!), il suo essere attualissimo simulacro del consumismo e della globalizzazione – tremendamente normale, tremendamente uguale a qualsiasi adolescente indigeno, nel suo banale conformismo – tutto questo è il vero senso della storia. Una "magnifica presenza" (quanto Ozpetek c'era nel corteo di venerdì...) – il sinthomo lacaniano, il ritorno del rimosso, il fantasma che incombe dal passato (l'icona schiavistica del negro), a restituirgli verità proprio per la sua inattualità col presente.

Straordinario. Qualcuno dia una medaglia a quel ragazzo. Dedicategli la festa. Nella sua superba interpretazione di se stesso, egli era superiore non solo alla pochezza di chi l'aveva messo lì – rabbrividente il candore con cui gli organizzatori hanno giustificato l'accaduto in termini di necessità pratica – ma anche al perbenismo piccoloborghese degli indignati, al politically correct formato Twitter che vorrebbe oggi farne un'icona dello sfruttamento, una vittima del pregiudizio razziale. Che è lo stereotipo rovesciato dello schiavetto negro. Sempre uno stereotipo, dunque. No. Quel ragazzo e la sua sfrontatezza da smartphone, così fastidiosa – "ma come, questi vengono qui a piangere miseria e poi sfoggiano i telefonini all'ultima moda", non è quello che diciamo sempre? – rifiutano lo stereotipo della vittima. Lui, semplicemente, se ne frega. Se ne frega del generale Montemar, della Madonna e della Battaglia. Se ne frega del nostro orgoglio campanilistico, del mediocre narcisismo delle foto in costume postate su Facebook, delle lucette intermittenti del Corso sulle note del Trio nazionalpopolare. Se ne frega anche dei pipponi intellettualoidi che su di lui si faranno Michele Serra o (molto più modestamente) Sabino Paparella. Lui se ne frega. Gioca a fare lo stalliere, infrangendo l'unico tabù di ogni gioco: dissacrarne la serietà, dire "guardate che è solo un gioco". Vi partecipa senza esserne parte. Lo sabota. E così lo restituisce alla sua verità, quella di una meritevole pagliacciata, una parata di esercizi retorici per esorcizzare il nostro vuoto d'anima, la fragilità culturale della nostra identità. Quel ragazzo è stato il punto più alto dell'estetica del corteo storico, l'atto di creazione come atto di resistenza (sì, Deleuze!). Ha compiuto il significato del corteo storico fino ad esaurirlo, fino a renderlo inutile: ecco, dall'anno prossimo potremmo farne a meno, adesso abbiamo capito quel che c'era da capire.

Quel suo smartphone è in fondo come l'oggetto dell'agnizione nelle commedie plautine. È ciò attraverso cui si riconosce la vera identità dei personaggi. Chi sono io e chi sei tu. E in quel momento dimostra che tutta la commedia fino a quel momento andata in scena era solo un gioco di maschere. Un intreccio di banali equivoci. È un espediente di metateatro. Abbiamo solo scherzato.

Anche se non lo sappiamo, è per questo in fondo che quelle immagini ci indignano. Non per quello che dicono di quei ragazzi. Per quello che dicono di noi. Ad inquietare, a rompere l'armonia non è quel che è nel veduto, ma nel vedente. Negra è la nostra pupilla.

Il falso storico si rovescia così nella verità della Storia. In due accezioni. Nel senso più immediato, ad un primo livello, la stonatura improvvisa di quel ragazzo resistente alla messinscena è uno strumento di verità perché fa cadere le maschere del gioco mimetico: guardate che è tutta una finzione. Le giacche di seta non sono di seta, sotto i gonnelloni le "dame" portano comode adidas, i fucili dei bimbi sono pezzi di legno.

Ma ad un livello ancora più profondo di analisi, a ben vedere, la restituzione rovesciata che quella resistenza opera è di tipo meta-mimetico: la verità più scandalosa e inconfessabile che ci rivela è che, nella finzione, in realtà stiamo fingendo di fingere. Il corteo storico è la nostra finzione, cioè la nostra verità in maschera, ma pur sempre la nostra verità. Quell'immaginario rappresentato in costumi d'epoca siamo proprio noi. Davvero. Siamo personaggi da selfie, figuranti da sagra, bitontisti a orologeria che si riempiono la bocca di apparizioni mariane ma non sanno neanche dove sia la Utrecht del famoso Trattato. No, non siamo negrieri, per carità. Molto più modestamente, siamo il pubblico plaudente del circo di Vito Masciale, a passeggio tra una crêpe e un sacchetto di pop corn, alla vigilia della finale di Champions.

Facciamo finta di fingere, in questo corteo d'epoca. In realtà dentro ci siamo davvero noi. Non è una realtà rovesciata, ma una realtà aumentata, un'iperrealtà. La realtà più vera di quanto la nostra falsa coscienza borghese ci permetta di ammettere. La realtà dello "scemo del villaggio" che adesso non recita più solo la parte del compiaciuto turiferario delle processioni della domenica, ma indossa una pianeta e impartisce benedizioni, per l'autorizzato pubblico ludibrio. Ed è vero che vogliamo ridere di lui, vogliamo sfotterlo. Vogliamo farlo sempre, ogni giorno. Oggi possiamo liberamente, parossisticamente conciato com'è.

Siamo davvero noi, gente. Piccoli. Meschini. Suvvia, siamo ancora i soldati fanfaroni (Plauto revenant!) con le scarpe di cartone, siamo sempre quelli di Faccetta nera, gli stessi che poi sfilano ossequiosi nella processione del corpus Domini. Anzi: siamo la faccetta nera del corpus Domini. Siamo quelli che celebrano come un eroe della Repubblica un militare che ha ammazzato due pescatori indiani – tant'è, sono di colore pure quelli, e che sui social network bandiscono una caccia all'untore contro i gli zingari. E siamo quelli che si commuovono in tv a guardare la bimba negra che ha perso la mamma nel rovesciamento di un barcone – è tenera lei, Favour, piccola sventurata, se l'adotta un medico o una poliziotta.

Siamo quest'impasto di magnifiche bassezze e facili perbenismi – due facce, in fondo, della stessa medaglia. Ombre delle nostre ombre. Schiavi non di grandi errori o di ideologie perverse, ma della mediocre "banalità del male".
Per fortuna c'è la Storia. Con le sue magnifiche presenze. Che travolge tutto. Le Accademie della Battaglia e le Amache di Michele Serra, i miracoli della Madonna e i concerti di Paolo Belli, le pezze a colore di Michele Abbaticchio e le speculazioni di Franco Natilla. Avanza prodigiosa, la Storia. Spazza via tutta la merda.

La Storia ha già fatto quel ragazzo uguale a tutti gli altri, più o meno intelligente e stronzo come la media dei giovani bitontini. Uguale non al prototipo ideale, bandiera dei diritti umani, ma al molto più mediocre consumatore globalizzato che è ciascuno di noi. Nulla di cui menare vanto, solo qualcosa, qualcuno, da vivere. Per farne qualcosa.
La Storia è già avanti, Signori. Siamo noi ad essere indietro. I pezzi di merda siamo noi.