Referendum sul mare: un 'bagno' di realtà

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia, Referendum Trivelle 2016
18 aprile 2016

Referendum sul mare: un 'bagno' di realtà

Dalla democrazia decidente alla democrazia sabotata. Un #hashtag non salverà il mondo

Alla fine ha vinto il mare. Il divertissement di craxiana memoria, s'intende. Ha vinto il primo bagno di stagione, la passeggiata mattutina a Santo Spirito, il gelato dopo pranzo a Giovinazzo a consacrare la prima "domenica d'estate". Quanto al referendum, di quello invece non risulta alcun vincitore. Solo vinti. Quanto al referendum, nessun esito, nessun verdetto da riportare nelle cronache a futura memoria. Perché è questo che significa il mancato raggiungimento del quorum: niente. Non significa – come qualche furbetto si spertica a far credere in queste ore– che il quesito fosse sbagliato o malposto, né che fosse inadeguato allo strumento referendario, né che fosse troppo tecnico o difficile. Non significa che avessero ragione Renzi o Napolitano, né che Emiliano abbia perso la sua partita personale per la leadership morale del Partito Democratico.

Ecco: il mancato raggiungimento del quorum, letteralmente, non significa. Non rappresenta alcuna opinione. L'unica opinione misurabile, in questo referendum, è stata sempre e soltanto quella – discutibile quanto si vuole – per il . L'opinione eventualmente avversa, per esplicita volontà dei suoi sostenitori, si è persa nel mare magnum del non-detto e del non-senso, in quanto –ce l'hanno ripetuto come un mantra – "per questo referendum , chi è contrario non va a votare". Col risultato che la sua idea, i suoi argomenti e le sue ragioni – magari anche migliori di quelle del fronte del Sì, non lo sapremo mai – semplicemente non esistono, in quanto indistinguibili in quel 68% che condensa analfabeti politici, benaltristi, qualunquisti, menefreghisti, disillusi, incazzati, distratti, renziani di stretta osservanza e due-volte-presidenti-della-repubblica.

Il confronto di idee non c'è stato, non si sono misurati due pareri contrapposti. Dalla "democrazia decidente" (Renzi docet) alla democrazia sabotata, e ritorno: perché quando non sono ammesse controparti e il potere esecutivo sceglie apertamente la tattica del mutismo selettivo, il processo decisionale in quanto tale, l'esercizio politico, sembra in preda ad una forma di autismo: dichiarando la propria incapacità di controbattere, ci si pone su un livello di realtà diverso, si esclude la comunicazione.

Avrebbero potuto riflettere su questo gli impeccabili costituzionalisti nazionali e nostrani, rigorosi difensori in punta di legge della legittimità dell'astensione: che oltre ad una sintassi, esiste anche una semantica del diritto. Detto altrimenti: che l'applicazione formale di un principio di legge non ne garantisce la significatività. E il diritto formale, svuotato di significato, è per definizione l'anomia: la mancanza di senso, in cui il pluralismo stinge nel relativismo ("uno vale uno" di grillina memoria) e in cui il sacrosanto conflitto democratico è sostituito, appunto, dal sabotaggio: non si combatte più l'avversario, ma la possibilità stessa del combattimento. "Neutralizzazione": il che significa – si leggerà ancora Carl Schmitt nella facoltà di legge? – defezione dalla politica.

Detto questo, il dato bitontino presenta un contesto specifico che merita un supplemento d'analisi. Il 41% di affluenza è un dato enormemente superiore alla media nazionale, in linea con il dato regionale e dell'area metropolitana, praticamente identico alla percentuale del capoluogo, anche se non tra i più alti registrati nell'area (si pensi all'exploit sopra il 50% di città costiere come Polignano e Monopoli). Ciò non toglie che si qualifichi, senza mezzi termini, come un fallimento.

Si tratta innanzitutto, e non può sfuggire, di un fallimento della politica cittadina, che trasversalmente e compattamente si era schierata –dai partiti alle associazioni civiche alle cariche istituzionali – sul fronte del Sì. Al netto di questa "mobilitazione totale", le realtà politiche bitontine ieri hanno portato al seggio 18211 cittadini. Quattro anni fa, al primo turno delle amministrative che avrebbero incoronato Abbaticchio sindaco, a votare furono più di 34mila. Quasi il doppio (e già allora si lamentava la flessione dei votanti rispetto alla precedente votazione). Certamente: due tipologie di consultazioni completamente diverse, incomparabili. Resta però impressionante la forbice (che si ridimensiona solo parzialmente se si pensa ai 30mila votanti delle politiche del 2013 ed ai 20mila delle europee del 2014, visto che in questi casi l'incidenza dell'attivismo locale delle realtà politiche era molto meno significativo).

Il dimezzamento vale qualcosa di più della retorica sulla "disaffezione dalla politica". Dice piuttosto, abbastanza esplicitamente, che i contenitori politici non controllano (peggio: non attivano) più il voto d'opinione. Quando non si tratta di buoni benzina, truppe cammellate e capibastone; quando non si collezionano sulla mensola dell'ingresso i santini del cognato del vicino di casa e della compagna dell'insegnante di yoga, le indicazioni del "partito di riferimento" contano quanto un fico secco. La chiamano post-ideologia, fine delle narrazioni, indifferenza postmoderna e giù di lì. Ma al di là degli esercizi sociologici di stile, si tratta di un dato che fa riflettere su cosa siano diventati (con un dolo quanto intenzionale? Ma qui la domanda apre scenari troppo più vasti di questa pagina...) i soggetti politici collettivi anche a livello locale: organizzatori del consenso sulle persone, anziché sulle idee. Ed è una constatazione ancora meno banale se si pensa che sotto accusa qui finiscono non solo i cosiddetti "partiti tradizionali", ma anche quelle realtà civiche che della capacità di far leva su motivazioni "ideali" e su una certa attenzione alle problematiche del territorio locale hanno sempre fatto la loro ragion d'essere. Insomma: neanché la fedeltà al post-feticcio di Michele Abbaticchio stavolta ha sortito un effetto incantatore significativo, che emancipasse le menti bitontine dal valore statistico medio.

E veniamo così al secondo punto d'analisi significativo sulla realtà referendaria bitontina (e non solo): il ruolo dei media. È davvero ardito e fuorviante sostenere che questo referendum sia stato boicottato, oscurato, silenziato dai media. Possono farne una bandiera solo quei critici di professione alla Travaglio, che dopo averci spiegato per anni, un giorno sì e l'altro pure, che l'informazione ormai è "disintermediata" dal miracolo della democrazia cognitiva della Rete, in queste ore si sono messi a contare con il pallottoliere i minuti di palinsesto di Rai e Mediaset.

Se si guarda al sistema mediatico nel suo complesso, in cui le connessioni social assumono ormai un ruolo innegabilmente centrale, si deve riconoscere che questo referendum si è guadagnato – complice anche il "tempestivo" scandalo Tempa Rossa – un battage consistente. Alzi la mano chi sul suo profilo o la sua bacheca (Facebook, Twitter o quel che sia) non ha letto e magari "rimbalzato", se non scritto di proprio pugno, almeno un post sull'argomento.

La questione è un'altra: al netto della retorica costruita all'indomani delle cosiddette "primavere arabe", i movimenti di opinione virtuali non riflettono affatto i movimenti d'opinione reali. Perlomeno non fedelmente e senza deformarli. Se così fosse, a giudicare dal livello di intasamento delle comunity digitali bitontine sull'argomento, avremmo dovuto registrare un tasso di partecipazione record alle urne. Ma se così non è – perché i numeri dicono che così non è – è perché la rete non è affatto uno strumento neutro di rappresentazione; incorpora dispositivi di amplificazione e distorsione dell'immaginario per i quali non siamo spesso vaccinati. È perché la democrazia – con buona pace della memoria di guru informatici e dell'ambizione di piattaforme dedicate a (un falso) Rousseau – continua a costruirsi nel mondo reale, tra persone reali, tramite conflitti reali. Non sarà un #hashtag a salvare il mondo: finché non lo capiremo, continueremo ad essere vittime di quel dispositivo ideologico tipicamente anarcoliberista (con le annesse declinazioni postmoderne: liquido, flessibile, open source, fungibile, ecc.) che è "la Rete": sognare virtualmente di cambiare il mondo, affinché il mondo non cambi davvero.

È questa in fondo la lezione positiva che si può trarre dal flop referendario: un bagno di realtà. Lo iato tra i risultati promessi dai sondaggi Facebook e quelli contati nelle urne ci dimostrano come la realtà sia crudamente eccedente rispetto alla sua rappresentazione virtuale. L'iperrealismo di quel mare soleggiato e brulicante di bagnanti, da simbolo irridente e un po' frustrante di disimpegno morale, diviene la figura dell'inemendabilità della socialità concreta. È – horribile dictu – un simbolo di resistenza. Da quelle spiagge occorre ripartire. È su quella socialità, reale, che vanno poste le basi di nuove scene di conflitto e nuove strategie politiche.