Quando il Cinema era Super

Carmela Loragno
di Carmela Loragno
Cultura e Spettacoli, Quella bugia necessaria
20 aprile 2016
Photo Credits: Enzo Piglionica

Quando il Cinema era Super

Il ricordo delle vecchie sale cittadine del regista Enzo Piglionica

Abbiamo voluto fare un viaggio indietro nel tempo, negli anni in cui non era solo il Cinema Coviello a proiettare i film, e l’Odeon non era solamente un posto per adulti. Abbiamo voluto ricordare il periodo fiorente per la cultura bitontina, durante il quale Bitonto era meta per i suoi cittadini e per quelli delle città viciniore che volevano trascorrere una serata in compagnia di Wim Wenders o Ettore Scola, giusto per citare i primi nomi venuti in mente, ma a cui ne seguono tanti altri. 

E a raccogliere l’invito sono stati il professor Nicola Pice e il regista Enzo Piglionica, che in un accorato racconto del passato, ci hanno restituito un importante spaccato di quegli anni, ma soprattutto un momento molto particolare della loro vita e del percorso professionale. 

Lasciatevi allora incantare dai ricordi precisi e puntuali del professor Pice e dai ricordi personalissimi e dalle sensazioni lasciate dal Cinema sul regista Piglionica, che arricchisce il suo racconto anche degli scatti fotografici ispirati proprio dalle proiezioni di quegli anni.

 

La mia adolescenza ha l'odore delle rosticcerie, la colonna sonora assordante delle sale giochi e la fotografia radiosa degli schermi dei cinema della mia città. A Bitonto negli anni 80 c'erano 4 cinema e io ho la fortuna di ricordarli. Non era come adesso, ogni cinema era diverso e si distinguevano oltre che nell'arredo anche nella programmazione.

Oggi i cinema si somigliano tutti, si chiamano Multisala e vi si "consuma" un rito collettivo fatto di pop corn, bicchieroni pieni di bevande zuccherose e film "fracassoni" e di richiamo, gli stessi film in tutte le Multisala. A Bitonto oltre ai superstiti Cinema Coviello e Cinema Odeon, c'era il sontuoso (così me lo ricordo) Cinema Traetta, di fronte al Palazzo di Città (adesso sede di una banca), e il Supercinema (il mio preferito) incastonato su via Traetta (dove ora sorge un supermercato).

 

 

L'incontro col Cinema lo devo a mio padre. Lui era proiezionista, da ragazzo. Quando io e mia sorella eravamo piccoli, mio padre spesso organizzava delle proiezioni private, per noi e i parenti. Alle volte potevamo invitare gli amichetti e il pomeriggio la cucina della nostra casa a pian terreno, in via Isonzo, si trasformava in cinema con un lenzuolo teso e un pubblico di bambini seduti per terra a guardare film d'animazione. Il primo film visto al cinema, di cui ho ricordo, fu "Il Signore degli anelli", una versione animata in rotoscopio, del 1978. Mi ci portò mio nonno, il film veniva proiettato al Cinema Coviello.

Il pubblico delle famiglie si riversava nelle sale, la domenica sera dopo il pranzo e il pomeriggio trascorso davanti alla tv, guardando Domenica In, per tuffarsi nelle grandi avventure americane (Indiana Jones, Blade Runner, Ritorno al Futuro) o nelle commedie italiane. Uno dei film che ricordo di aver visto al Cinema Traetta fu "Non ci resta che piangere". Il Cinema Traetta aveva, dopo l'ingresso, una piccola scalinata per l'accesso alla sala, credo avesse anche un piccolo ristoro all'interno del foyer. Superata la scalinata ed entrati nella platea ricordo lo stupore di vedere tanta gente, illuminata dal grande schermo. La sala era stracolma, Troisi e Benigni realizzarono uno dei maggiori incassi di quegli anni.

Il Coviello e il Traetta si spartivano i film di massa mentre l'Odeon e il Supercinema avevano una programmazione più "Off". Il Cinema Odeon era il cinema a luci rosse per eccellenza e ancora oggi sopravvive imperterrito nella sua programmazione, baluardo "del sesso analogico". Eppure in quegli anni, nei matinée, il cinema Odeon ospitava anche film d'animazione e spettacoli teatrali. Vivido è il ricordo di un giovanissimo Paolo Sassanelli impegnato nel beckettiano "Aspettando Godot" sullo striminzito palco di quel cinema che la sera avrebbe visto fremere le scomodissime poltrone di legno per ben altre attese.
Anche il Supercinema non disdegnava la proiezione di film a luci rosse ma non per questo era il mio preferito.

Nella seconda metà degli anni ottanta Bitonto era un universo ostile. Il sedicenne che ero non riusciva ad integrarsi con i coetanei schierati sotto i vessilli dei rioni parrocchiali e non comprendeva a fondo le dinamiche dei figli dei "proletari". Avevo scelto questi ultimi. Si esplorava la vita con primordiali approcci all'altro sesso, con i fumi della canapa e le prime feste in casa in cui risuonavano dischi di Eros Ramazzotti. Il cinema divenne illusione di indipendenza, prima emancipazione dalla famiglia. Con gli amici ci rintanavamo al cinema per guardare le commedie italiane che stavano già vivendo la deriva culturale dell'italietta televisiva. Il nostro mondo scibile era descritto dalla stampa del "tutto città" dell'urbe dell'ulivo, dalle insegne delle sale giochi con i nomi esotici o avveniristici, dagli scippi compiuti in pieno centro a danno di inermi signore e dal rumore dell'industria del tessile rinchiusa negli scantinati dei palazzi.
In piazza Aldo Moro, sulla destra, guardando le spalle della statua del musicista Traetta, troneggiavano, alternate dagli alberi, le strutture metalliche che mettevano in mostra le locandine dei film per ogni cinema. Lì sotto, con la faccia verso l'alto, sceglievamo cosa andare a vedere.

 

 

Nel 1986 il Supercinema proiettava Regalo di Natale, di Pupi Avati.
Ci sono andato da solo.

Il Supercinema aveva un'atmosfera più raccolta, rispetto alle altre sale. Subito dopo l'ingresso c'era il bancone in legno sulla destra, la biglietteria illuminata da una piccola lampada verde. Il piccolo foyer aveva dei salottini dove si attardavano i fumatori e dove si attendeva la fine dello spettacolo precedente per poter entrare in sala. L'accesso in sala era garantito da due ingressi drappeggiati di velluto rosso intenso, sopra l'ingresso un cartello luminoso indicava l'avanzamento della pellicola (I tempo, intervallo, II tempo).
Spesso si entrava a film iniziato e l'acquisto del biglietto ti dava diritto a rivedere il film fino alla fine delle programmazioni giornaliere. Spesso capitava di entrare nel secondo tempo e di rivedere il film dall'inizio facendo uno strano percorso di rimontaggio filologico.
Superato il primo drappo rosso, la sala ti accoglieva nel suo grembo buio, e quel filo di luce che ti lasciavi alle spalle ti svelava un secondo drappo. Si entrava in una sorta di intercapedine tra la vita vera e quella proiettata, come nella caverna platonica.
Appena scostato il secondo drappo e lasciato il primo, la luce alle spalle svaniva ma in soccorso arrivava "la maschera", una figura ormai sparita nelle Multisala. Un uomo munito di torcia di segnalava i posti liberi guidando il nuovo spettatore come un paterno Caronte. Una figura che poteva anche diventare temibile se lo spettatore disturbava durante la proiezione (cosa che oggi è normalità).

Fino alla chiusura del Supercinema ho vissuto molte vite in quella sala. I film che ricordo di più li ho visti in quegli anni e quando uscivo dalla sala e ritornavo per la strada lo sguardo sulla mia città era diverso. Già fotografavo e gli scatti di Bitonto fatti in quegli anni mi riportano al ricordo di quei film, a quando sono saltato giù dal ponte con Juliette Binoche, quando William Hurt mi ha portato alla fine del mondo, quando con River Phoenix speravamo in un passaggio, quando con Jeremy Irons sono rimasto prigioniero di un passato scomodo.

Spesso mi capita di passare da via Traetta e vedere un SUPERmercato al posto del SUPERcinema. Allora penso che in quello stesso posto dove io o altri spettatori abbiamo vissuto emozioni intense, adesso staziona un banco frigo con salumi senza glutine per SUPERemozioni gastronomiche.

 

Enzo Piglionica