La bellezza torbida della Venere in Pelliccia

Federica Monte
di Federica Monte
Cultura e Spettacoli, Video
18 aprile 2016

Al Traetta è andato in scena l'adattamento di Valter Malosti con Sabrina Impacciatore

«Dio lo ha punito e lo ha dato/in mano a una donna.» (Giuditta, XVI,7). Inizia con questa epigrafe il romanzo de La venere in Pelliccia di Von Sacher-Masoch, pietra miliare della cultura mitteleuropea, da cui è tratto l'adattamento teatrale di David Ives andato in scena lo scorso 16 aprile al Teatro Traetta per la regia di Valter Malosti.

Un regista, che porta il nome dello stesso Malosti, cerca disperatamente la protagonista del suo nuovo lavoro. Ha già provinato 35 donne ma nessuna è all'altezza del suo personaggio, Wanda von Dunajew. Ma proprio quando ha perso ogni speranza, fa il suo ingresso in scena una donna irriverente, volgare, vestita procacemente che si chiama proprio Wanda. La scelta di cambiare nome al personaggio maschile risulta coerente con la volontà scenica di doppiare la realtà e di legarla indissolubilmente alla finzione, i due piani si confondono continuamente. La donna, interpretata da una estasiante Sabrina Impacciatore, nonostante l'iniziale resistenza del regista, riesce a persuaderlo e i due iniziano a recitare il copione. La realtà teatrale, quella dello studio casting, si interseca con la finzione teatrale, quella del salotto ottocentesco in cui si consuma la trama immaginata dal regista. Il passaggio da una dimensione all'altra è sottolineata dal cambiamento di registro, rispettivamente comico e tragico, e dall'inserimento di musiche per la seconda.

Tutto è consumato nello spazio di un'unica scena esaltata dalla presenza del rosso. Rossa è la pedana, rossa è la chaise-longe sulla destra, rossa è la scrivania del regista. Rosso passione, rosso perversione. La donna che sembrava inappropriata per la parte, si dimostra invece perfetta nel ruolo della contessa, elegante, colta, raffinata. Le formule dell'algebra seduttiva sono sfoderate ora con ingenuità ora con veemenza e ad acquistare spessore è l'erotismo. La bellezza torbida, contaminata, insieme delittuosa e voluttuosa, è la cifra stilistica dell' interprete femminile che ammalia e strega, con la sua sensualità romantica. Il fascino della depravazione raggira le convenzioni morali e Valter/Novachek è finalmente libero di rivelare i suoi desideri sado-masochisti. L'uno prende il sopravvento sull'altra. Nel gioco di ruoli, lui vuole essere soggiogato da lei, ma forse è lei a rimanere incastrata nelle voglie di lui.

La conversazione, le parole, tra i due sono i veri protagonisti. Il dialogo esornativo ed esortativo conduce lo spettatore in una atmosfera surreale e meta teatrale. Uomo/donna – sottomesso/dominatrice niente è chiaro. Valter/Novacheck è solo vittima di se stesso? L'attrice Wanda è mai esistita? Il finale è sorprendente e lascia interdetti. L'operazione teatrale, aristotelicamente intensa, è compiuta.