L'impatto del petrolio, nuova conferenza al Torrione Angioino

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cronaca, Referendum Trivelle 2016
02 aprile 2016
Photo Credits: Federica Crudele

L'impatto del petrolio, nuova conferenza al Torrione Angioino

Ha partecipato Albina Colella, docente di geologia all'Università della Basilicata

Prosegue la campagna di sensibilizzazione in vista del referendum sul tema trivelle del prossimo 17 aprile, per il quale, nella serata del 1 aprile scorso, il comitato "Bitonto Vota Sì per fermare le trivelle" ha organizzato un incontro con la professoressa Albina Colella, docente di geologia dell'Università della Basilicata, coautrice del libro "L'impatto ambientale del petrolio in mare e in terra", al centro del dibattito, tenutosi presso il Torrione Angioino.

L'evento si è aperto con le dichiarazioni di Francesco Dimundo, rappresentante del comitato cittadino, e dell'avvocato Giuseppe Cazzolla, consigliere nazionale di "Fare Verde Onlus", che si è detto convinto che "il voto di tutti può fare la differenza. Il 17 aprile siamo chiamati a scegliere, ma il nostro incontro va ben oltre il semplice voto. Solo cambiando le nostre abitudini, potremo decidere per il futuro e abbandonare il passato". La discussione è entrata subito nel vivo con l'intervento della professoressa Colella, che ha voluto illustrare lo scenario preoccupante dell'estrazione di petrolio in Basilicata, facendo più volte accenno ai fatti recentissimi che riguardano il sequestro del pozzo di reiniezione di Costa Molina 2 e l'arresto di alcuni dipendenti Eni. "Noi pugliesi non dobbiamo pensare che l'estrazione di petrolio in Basilicata non ci riguardi" ha affermato la Colella, "forse siamo noi quelli più colpiti, perché nell'acqua che beviamo e nei prodotti lucani che mangiamo subiamo i danni più gravi". Le attività petrolifere, siano esse di ricerca o di estrazione, sono sempre inquinanti, è un dato di fatto. Ma perché solo ora si sente così importante questa problematica? "A differenza del passato" ha spiegato la professoressa, "in cui le estrazioni erano fatte solo nei deserti, con danni quasi nulli, da qualche anno le compagnie petrolifere hanno iniziato ad estrarre nei cosiddetti territori fragili, che poco hanno a che fare con il prelevamento di idrocarburi".

 

 

Gli impatti più importanti sono dovuti principalmente allo smaltimento dei rifiuti: per ogni barile di petrolio c'è una quantità enorme di acqua fossile, assolutamente tossica e difficile da eliminare, insieme ai rifiuti solidi, come i detriti di perforazione, l'insieme delle rocce che sono state asportate, e i fanghi di perforazione, ricchi di metalli e altre sostanze tossiche. "Abbiamo i depuratori, ma non sempre sono capaci di smaltire queste sostanze, e i pozzi di reiniezione, in cui l'acqua fossile viene pompata di nuovo nel sottosuolo, ma nulla impedisce che questa possa poi fuoriuscire". Le tubazioni infatti sono telescopiche, il che comporta un grave rischio: se in superficie si possono riscontrare 7 tubi concentrici, sempre più in profondità si arriverà con un solo tubo, la sezione in cui più frequentemente si hanno incidenti. "Nella Val d'Agri" ha continuato la professoressa, "dove ho concentrato le mie ricerche, il più grande giacimento a terra dell'Europa occidentale ad essere sfruttato, i 27 pozzi attivi sono vicinissimi a città, aziende agricole, invasi idrici e il 65% dell'acqua contaminata che finisce nell'Acquedotto arriva proprio in Puglia. Il vero problema è che le lobby petrolifere cercano solo il proprio profitto e nessuna di queste è intenzionata a riportare tutti i dati relativi ai gravi dispendi sociali e ambientali. Per questo noi scienziati siamo tanto ostacolati".

A causa dei controlli insufficienti e poco adeguati, "invasi come quello del Petrusillo, secondo le mie ricerche, non hanno più acque potabili, sono invece eutrofizzate, con il conseguente aumento incontrollato di alghe e morie sempre più massicce di pesci. I batteri formatisi, le microcistine cancerogene, che non sono potalizzabili, devono mobilitarci, perché questo disastro ambientale possa una fine".