I nuovi ospiti del Maria Cristina

Carmela Loragno, Savino Carbone
di Carmela Loragno, Savino Carbone
Inchieste
04 aprile 2016
Photo Credits: Lisa Fioriello, Antonio Valenza

I nuovi ospiti del Maria Cristina

Da qualche giorno la struttura ospita alcuni migranti. Il reportage di BitontoTV

Mentre in Grecia è partita la disumana deportazione dei profughi in Turchia, a Bitonto si assiste ad un esodo "al contrario". Da qualche giorno l'Istituto Maria Cristina di Savoia ha iniziato ad accogliere un gruppo di rifugiati, rispondendo all'invito inoltrato dalla Prefettura di Bari e destinando un'ala in disuso della storica struttura all'asilo degli immigrati. 

 

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Circa venticinque persone, perlopiù di giovane età, provenienti essenzialmente dall'Africa, Sud Sudan e Nigeria su tutti. Arrivati nei mesi scorsi e subito destinati al Centro di Accoglienza Straordinaria, che secondo la nuova normativa sostituirà i vecchi CPA (Approfondisci: leggi il reportage di BitontoTV dal C.A.R.A. di Bari-Palese, vincitore del "Premio Campione Giornalista di Puglia" 2016). La gestione del centro è affidata ad una cooperativa tarantina, Costruiamo Insieme, che si occuperà di regolamentare la vita della struttura e di aggiornare la banca dati degli ospiti: tecnicamente, infatti, nonostante la maggior parte sia in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, sono liberi di andare e venire. E di abbandonare il centro.

 

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L'apertura della struttura, che beneficerà di circa tre milioni di euro stanziati dal Ministero dell'Interno per il progetto di accoglienza, non è piaciuta alla cittadinanza, stando almeno alle reazioni dei social network. Gli appelli alla solidarietà di papa Francesco e, senza andar lontano, di don Vito Piccinonna sono caduti nel vuoto: a farla da padrone è un senso di paura e di diffidenza diffusa, già registratosi qualche mese fa, quando sembrava dovesse essere il vecchio Hotel Nuovo ad ospitare i migranti. Eppure Bitonto ospita da qualche anno uno S.P.R.A.R. molto attivo, che ha portato in città diverse decine di rifugiati.

 

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La diffidenza, tuttavia, sembra essere ricambiata. Almeno nei confronti della stampa. La cooperativa, nuova sul territorio, è restia a consegnare dati ufficiali e molti ospiti, pur ammettendo di trovarsi bene in città, hanno preferito non parlare davanti a taccuini e microfoni. 

 

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Abbassata la telecamera, però, in pochi sono disposti a chiacchierare. Come un gruppo di sudsudanesi, che sostava fuori dalla struttura nelle prime ore di un pomeriggio troppo caldo di aprile. Tre uomini e due donne, tutti originari del neonato stato, terra martoriata da una guerra civile che in 20 anni ha fatto più di 2 milioni di morti e 4 milioni di sfollati, Paese che dopo l'unione tra il Nord musulmano e arabo e il Sud sub-sahariano, animista e cristiano, non ha visto che povertà e miseria, piaghe dettate principalmente dalla sete di petrolio, di cui il Sud è ricchissimo.

 

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Avranno avuto tra i 20 e 28 anni al massimo. N. era l'unico a conoscere l'inglese, oltre al francese e l'arabo, le due lingue che si parlano nel suo Paese. È in Italia con le due sorelle, due giovani donne musulmane, occhi grandi contornati da uno scuro hijab. Riesce solo a raccontarci che ha 27 anni, che in Sud Sudan faceva il meccanico e che gli sarebbe piaciuto studiare ingegneria meccanica. Vuole andare a Ventimiglia a trovare un suo amico e magari un lavoro per lui e le sue sorelle. Niente di più.

 

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James, anche lui 27 anni, dalla Nigeria, uno dei Paesi africani dalla storia più complessa e contraddittoria. Teatro di una guerra che dal 2012 ha provocato la morte di più di 15.500 tra civili, militari e miliziani islamisti. Qui, dove solo nel 2014, 2.000 tra donne e ragazze sono diventate schiave del sesso, alcune sono state usate come scudi umani nelle offensive degli islamisti.

Alla domanda sulla situazione in Nigeria ha scosso la testa, quasi infastidito. Anche lui non ha voluto parlare in camera, strumento che conosce bene, perché nel suo Paese faceva proprio il cameraman e il suo sogno è quello di lavorare come operatore per un emittente televisiva.Nello sguardo il peso di una consapevolezza amara, come se forse, a quel sogno è meglio rinunciarci.

 

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E rinunciare ai sogni, a 27 anni, è la cosa più tragica che possa capitare ad un ragazzo, la sconfitta più grande di un umanità che si dice progredita. Bitonto, in fondo, gli è piaciuta molto, le persone sono state molto gentili e accoglienti con lui. Gli piacerebbe vivere qui.

Tutti gli altri, alla vista dei giornalisti, hanno preferito allontanarsi, percorrendo il ponte che porta il centro. In fila, sotto il sole cocente che li ha accompagnati lungo tutto il viaggio dall'Africa tormentata dai conflitti, all'Europa incapace di resistere ad una doppia morale vigliacca sull'accoglienza.

 

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Di fronte a James, seduto su un marciapiede, c'era un suo compagno nigeriano. Non ha rivolto la parola a nessuno, nemmeno lo sguardo. Testa e occhi bassi fissi al suolo, in una tristezza che lui sa bene che forse non potrà mai essere compresa.