Cosa sono le trivelle?

di La Redazione
Inchieste, Referendum Trivelle 2016
14 aprile 2016

Cosa sono le trivelle?

La geologa bitontina Serena Liso spiega come funziona l'estrazione degli idrocarburi in mare

Mancano pochi giorni al referendum sulle trivelle, in programma domenica 17 Aprile. Complice il disinteresse a livello nazionale dei più grandi movimenti politici e e di molte agenzia media, la disinformazione sul tema è davvero tanta. E, slogan a parte, non si capisce se davvero le piattaforme che trivellano in mare siano un rischio serio per l'ecosistema marino o un'opportunità di lavoro. BitontoTV ha ascoltato La geologa bitontina del CNR Serena Liso, che ha risposto ad alcune domande della redazione per fare luce sulla realtà delle trivellazioni marine al centro del referendum di domenica.

 

Cosa è e come funziona il sistema di trivellazioni con cui operano le società petrolifere alla ricerca di idrocarburi nei mari italiani?

I sistemi di trivellazione sono essenzialmente procedure atte al recupero di combustibili fossili dal sottosuolo. Nella fase di ricerca viene utilizzata la tecnica dell'aiugun che ha conseguenze inimmaginabili sugli ecosistemi marini; nella fase di realizzazione del pozzo, inoltre, vengono utilizzati fanghi di perforazione altamente inquinanti; infine, nella fase di estrazione altre sostanze inquinanti sono rilasciate nelle acque marine e nell'atmosfera. Nel Mar Mediterraneo sono stati trivellati circa 300 pozzi per l'estrazione di gas e petrolio, di proprietà di varie compagnie petrolifere, che estraggono l'oro nero con scarsi sistemi di monitoraggio ambientale e pagando pochissime tasse allo stato italiano.


Al netto di incidenti e disastri, il sistema di trivellazione è sicuro?

La scienza ha risposto alle esigenze dei petrolieri mettendo a punto strumentazioni e metodologie per minimizzare l'inquinamento ambientale legato alle attività estrattive. Quindi, sulla carta, i sistemi di trivellazione potrebbero considerarsi sicuri. In realtà queste metodologie non vengono sempre eseguite alla lettera. Nei mari italiani operano circa 300 piattaforme, a gas e petrolio. Su circa 100 di queste piattaforme non si ha alcuna stima, misurazione o controllo dell'impatto ambientale. Lo ha denunciato Greenpeace in una nota stampa, specificando di aver appreso la notizia di questa mancata supervisione dell'attività delle compagnie petrolifere nei nostri mari da un comunicato stampa dell'ENI, proprietaria di gran parte degli impianti. Ciò comporta un tasso di incertezza circa la sicurezza delle piattaforme petrolifere. A questo va aggiunto che la scienza può ben poco contro disastri ambientali legati alle maree nere, come quelli della Deepwater Horizon, che ha sversato chilometri cubi di greggio sulle coste messicane devastando ambiente ed ecosistemi.


Le piattaforme rilasciano agenti inquinanti nelle acque?

L'estrazione di petrolio è un processo altamente inquinante. Per raggiungere il giacimento le trivelle utilizzano sostanze chimiche dette «fanghi e fluidi perforanti» necessari per sgretolare gli strati rocciosi, controllare la pressione, lubrificare e raffreddare lo scalpello delle trivelle e consolidare il foro di perforazione. In particolar modo nei pozzi petroliferi off-shore, ovvero in mare aperto, si usano dei fanghi del tipo SBM (Synthetic based mud), costituito da oli sintetici con un certo grado di tossicità. Tali fluidi sono difficili e costosi da smaltire ed hanno la capacità di contaminare acque e terreni. I fanghi devono essere smaltiti con particolari procedure. Generalmente il controllo per le trivellazioni sulla terraferma costringe allo smaltimento. In mare, invece, la prassi ordinaria è quella di rigettarli nelle acque. Secondo alcuni studi il petrolio presente nei nostri fondali, oltre ad essere esiguo, è anche ricco di impurità e di difficile estrazione. Il petrolio estratto nell'Adriatico si presenta dunque come una fanghiglia corrosiva, melmosa e densa che necessita di una lunga lavorazione per il suo utilizzo, processo che inizia già sulle piattaforme marine, producendo ulteriori fonti di inquinamento. È inoltre noto come la maggior parte degli sversamenti di idrocarburi in mare, circa l'80%, sia dovuto allo svolgimento di attività di routine di manutenzione degli impianti, di estrazione e trasporto degli idrocarburi. Una piattaforma in mare nell'arco della sua vita rilascia mediamente 90.000 tonnellate di sostanze inquinanti; il Mediterraneo ha una densità di catrame pelagico di 38 milligrammi per metro quadro, una percentuale altissima, ormai assolutamente insostenibile.


Esistono casi che accertano conseguenze irrimediabili per l'ecosistema marino a seguito delle trivellazioni?

Io credo moltissimo nel potere di autoguarigione della nostra madre terra...ma a mio avviso stiamo tirando un po' troppo la corda...l'utilizzo di combustibili fossili e anche le operazioni di recupero di tali sostanze, come appunto le trivelle, stanno producendo incredibili e irrimediabili modifiche sugli ecosistemi. Pensate allo sbiancamento delle barriere coralline in Giappone o in Australia, pensate allo spiaggiamento dei capodogli e balenotteri, pensate a tutti quei pesci divenuti tossici a causa di contaminazione da mercurio.

Che tipo di impatto hanno avuto le trivellazioni effettuate sinora sulle acque italiane, ci sono casi documentati?

In tutt'Italia, a fronte di quantitativi irrisori e di scarsa qualità del greggio, si stanno ipotecando circa 130mila kmq di aree marine. Solo nel basso e medio Adriatico, nel mar Ionio e nel Canale di Sicilia (le aree maggiormente interessate dia giacimenti petroliferi) sono infatti attivi 15 permessi di ricerca rilasciati (5.424 kmq), 44 richieste avanzate dalle compagnie per la ricerca (26.060 kmq) e 8 per la prospezione (97.275 kmq), oltre le 5 richieste di concessione per l'estrazione di petrolio (558,7 kmq). Sono questi i numeri della "corsa all'oro nero". Stiamo quindi ipotecando Km quadrati di ambiente marino. Questo ha sicuramente un forte impatto sull'ambiente e sull'economia nazionale. Vorrei riportare il caso del pozzo siciliano Vega 6, trivellato nel campo oli Vega della Edison, nel sud della Sicilia. Greenpeace segnala il caso di 500.000 metri cubi di acque di strato, di lavaggio e di sentina (acque altamente tossiche) che sarebbero state iniettate illegalmente nel pozzo Vega 6, al largo delle coste di Pozzallo. I dati relativi a questo disastro ambientale verrebbero fuori da un dossier dell'ISPRA, al centro di un procedimento penale della Procura di Ragusa. Gli inquirenti ipotizzano "gravi e reiterati attentati alla salubrità dell'ambiente e dell'ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi ". Secondo l'ISPRA la miscela smaltita illegalmente in mare contiene "metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE" e ha causato danni ambientali e inquinamento chimico. "La natura particolare delle matrici ambientali danneggiate", secondo ISPRA, "non potrà essere riportata alle condizioni originali".

 

Le trivellazioni potranno avere conseguenze importanti sull'economia derivante dal mare: turismo, pesca ecc...?

Io penso proprio di si. Le piattaforme hanno notevoli conseguenze sulla bellezza dei nostri paesaggi naturali marini e costieri e sulla salubrità dell'ambiente in cui viviamo. L'Italia è un paese che vive essenzialmente di agricoltura, pesca, cultura e turismo, settori che sono messi in pericolo delle modalità proprie di estrazione dei combustibili fossili, dai rischi legati a questa pratica e dall'inquinamento ambientale che deriva dall'estrazione e dal loro utilizzo. Pensavano di trivellare a largo delle nostre meravigliose Isole Tremiti. Pensate che un tedesco, un inglese, francese, americano prenoterebbero una vacanza in queste isole, con la consapevolezza di avere "vista piattaforma" dal loro ombrellone? Voi ci andreste? O, in caso di incidenti con conseguenti sversamenti di idrocarburi in mare, pensate che gli stessi turisti comprerebbero pacchetti vacanze in Sardegna, Sicilia, Puglia...? E voi andreste al mare su una spiaggia piena di catrame?


Molti geologi pensano che la vittoria del "Sì" potrebbe bloccare la ricerca, spesso finanziata dalle compagnie petrolifere in accordo con le Università. Che ne pensa?

Personalmente credo che alcuni dei miei colleghi siano mossi da interessi meramente economici, che abbiano dimenticato l'amore per l'ambiente in cui vivono, che è stato il principale motivo per cui hanno scelto di studiare questo pianeta, la Terra. Credo anche che molti di loro, insieme ad altra gente sostenitrice del NO, siano spaventati e abbiano paura di dover cambiare radicalmente il proprio stile di vita, dominato dai combustibili fossili, muovendosi verso pratiche più "ambientaliste" che includono l'attenzione agli sprechi, il riutilizzo, il riciclo e l'autoproduzione. Basterebbe pensare di poter fare veramente a meno dei combustibili fossili e ci si renderebbe conto che le soluzioni esistono e sono più reali di quanto si pensi. Durante la recente conferenza dell'Onu sul clima a Parigi (13 Dicembre 2015) "l'Italia si è impegnata a cominciare una 'transizione' verso le energie rinnovabili e l'uscita dai combustibili fossili per contenere il riscaldamento globale". Le università italiane, quindi, potrebbero e dovrebbero continuare a fare ricerca nel settore delle energie rinnovabili, continuando a dare lavoro a gente che ha a cuore la salute del pianeta, utilizzando gli aiuti elargiti dall'Europa che, oramai da tempo, spinge i governi verso l'utilizzo di energie pulite e rinnovabili.