Cogito ergo #je suis… ?

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia, Referendum Trivelle 2016
11 aprile 2016

Cogito ergo #je suis… ?

Dal referendum sulle trivelle alle vetrine contro Riina jr: il peggio della pubblica opinione bitontina

L'opinione pubblica segue indirizzi e tendenze che è spesso difficile misurare. Soprattutto, nell'epoca della disintermediazione digitale e della "socializzazione" dei media, sembra ricalcare non solo le forme, ma persino i contenuti funzionali del social network. Le nostre attività relazionali reali non sono solo banalmente sostituite da (come spesso ci si limita ad osservare), ma tendono ad assomigliare sempre più a quelle virtuali esercitate sui social. Così si commenta, si condivide, si partecipa nella vita reale nello stesso modo in cui quei compiti sono evasi sulla rete con un paio di clic.

Il caso di specie da cui nasce questa riflessione, anzi i casi, riguardano due fenomeni di opinione che tengono banco, in forme e misure diverse, da diversi giorni: il dibattito sul referendum del prossimo 17 aprile e l'ondata di indignazione popolare seguita all'intervista in prima serata su Rai1 del figlio del boss mafioso Totò Riina. In entrambe le circostanze l'opinione pubblica bitontina sembra non aver smentito la propria reattività ai casi mediatici nazionali.

Primo: il "referendum sulle trivelle". Sono ormai settimane che, non solo tra le formazioni politiche, ma anche nel mondo dell'associazionismo e del terzo settore impazza lo slogan del Sì. Il fronte favorevole al quesito abrogativo del 17 aprile è, almeno sulla carta, trasversale ed esteso. Si ha l'impressione che i bitontini debbano recarsi in massa a votare domenica prossima: è il referendum, democrazia diretta! L'interrogativo è: si tratta di partecipazione reale, o di un'adesione puramente virtuale? A dirlo saranno i numeri delle urne di domenica.
Per il momento però si può già constatare come nel dibattito pubblico le ragioni del "sì" e del "no" siano alquanto approssimative e superficiali. Una partita che è – a maggior ragione dopo le cronache degli ultimi giorni su "Tempa Rossa" – squisitamente politica, sia nel senso più volgare del termine (il giudizio sul governo Renzi, nonché la competizione interna al Pd, vedi Michele Emiliano), sia nel senso più proprio (con il referendum, il primo nella storia italiana richiesto dai consigli regionali, nove regioni contestano la decisione del governo di avocare a sé il diritto di prorogare le concessioni alle piattaforme petrolifere) viene spacciata per una decisione tecnica di capitale importanza. Ora, è noto a chi abbia minimamente approfondito la faccenda che tecnicamente (ed economicamente) il referendum ha una portata davvero minima, appena l'1 per cento del fabbisogno petrolifero nazionale ed il 3 per cento del fabbisogno di metano, incidendo su una questione (la possibilità di prorogare sino ad esaurimento, senza ulteriori autorizzazioni, il centinaio di pozzi situati entro le 12 miglia marine) talmente specifica da aver fatto dubitare che si confacesse allo strumento referendario, tradizionalmente deputato a interrogare la popolazione in merito a grandi questioni ideali.

È questo il punto. Il referendum, che passi o no, concretamente non produrrà grandi risultati, ma per via della sua natura – la funzione che Stefano Rodotà ha definito di "ricomposizione sociale" – esso ha progressivamente cambiato significato, caricandosi di una valenza ideale che va ben al di là del suo particolare contenuto. Votare sì domenica significa esprimersi a favore di una svolta nelle politiche energetiche del Paese, a favore del passaggio dalle risorse fossili a quelle pulite e rinnovabili. Anche se non è questo che sarà scritto su quella scheda. Un segnale politico, di cui non bisogna scandalizzarsi, perché è anzi una caratteristica specifica del discorso politico quella di risignificare i fatti. Il problema è che è questo che bisognerebbe spiegare alle persone, anziché vendere il "sì" come un modo per "salvare il nostro mare dalle trivelle". In quest'ultima affermazione ci sono due falsità: primo, il "sì" non impedisce la realizzazione di nuove trivelle entro le dodici miglia (che è già vietata), né in assoluto il prosieguo dell'estrazione da quelle esistenti; secondo, se si trattasse di preservare le proprie coste, allora il referendum sarebbe destinato ad un fallimento certo, dal momento che la stragrande maggioranza delle trivelle oggetto di referendum sono collocate in un'area limitata (per lo più il ravennate), che interessa solo Veneto, Emilia Romagna, Marche e Abruzzo. Evidentemente il referendum ha senso, ma solo se prima di condividere o commentare si è compresa davvero, al di là del tifo preconcetto, quale sia la posta in gioco.

Il secondo interessante caso cittadino di contagio mediatico della pubblica opinione riguarda la reazione all'intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina. Nel giro di pochissime ore, un post del primo cittadino, che – in virtù del suo ruolo di vicepresidente di Avviso Pubblico, e del mito antimafia cui si è iscritto – invitava a boicottare il libro di Riina junior presentato in tv, ha suscitato una condivisione virale, spingendo anche diversi librai bitontini ad emulare l'immagine simbolo dell'avviso che la collega siciliana aveva esposto in vetrina per annunciare che non avrebbe venduto quel testo. Un'esposizione in vetrina prontamente riprodotta sulle bacheche virtuali, in un gioco di rimandi e citazioni che traduce la solidarietà in un hashtag. Per dire: anche noi ci siamo, partecipiamo alla share (nel duplice senso di "condivisione" e "audience"), non ci sottraiamo all'appello virale. In quest'impressionante amplificazione mediatica della parola d'ordine, sostenuta dagli opinion makers nodali di turno – dal solito Saviano su scala nazionale fino ad arrivare, su scala locale, appunto al nostro Michele Abbaticchio, ciò che si perdeva di vista era il merito della cosa. Il fatto che, al netto degli isterismi collettivi, ad essere in discussione era la mera possibilità per un giornalista di intervistare il figlio di un personaggio di pubblico interesse.

Bulimia di condivisione e digiuno di giudizio. Le teste pensanti, queste sconosciute.