'Who I am, where I am'. L'occhio di Domenico Tangro

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli
07 marzo 2016
Photo Credits: Domenico Tangro

'Who I am, where I am'. L'occhio di Domenico Tangro

BitontoTV ha incontrato il fotografo selezionato per esporre in Cina tra i migliori quaranta emergenti d'Italia

"Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato". Questa frase di Ansel Adams riassume tutto il pensiero e l'attività del fotografo Domenico Tangro. Nonostante abbia alle spalle appena due anni di attività costante, la passione della fotografia ha riempito tutto il suo tempo libero, che Domenico passa con la camera in mano passeggiando per Bitonto, la sua nuova città d'adozione, immortalando soggetti che vanno dal tipico vicolo della città antica alla grande bellezza dei suoi tesori artistici. I suoi lavori, riconosciuti a livello nazionale e che hanno raggiunto anche occhi stranieri, risentono della sua cultura mediterranea, di tutti gli insegnamenti del padre, che sin da subito lo ha incoraggiato, proponendosi come obiettivo quello di consegnare agli altri la sua esperienza, i risultati della sua ricerca, i suoi successi. All'indomani della premiazione del suo ultimo lavoro "Who I am, Where I am", il portfolio fotografico che gli è valsa l'esposizione in Cina tra i quaranta migliori fotografi emergenti d'Italia, BitontoTV ha voluto intervistare questo nuovo artista, scendendo nei dettagli sulle sue tecniche e metodi di fare fotografia.

 

Domenico, quando hai iniziato a fare fotografia? Quali sono stati i tuoi primi lavori?

Mio padre mi ha regalato la mia prima macchina fotografica a sedici anni. Era una macchina a pellicola, una instamatic 133. La mia passione erano le fotografie degli interni delle chiese e, quando mio padre vide che miglioravo sempre più, insieme acquistammo la prima reflex. Da lì in poi sono sempre più migliorato e nel tempo ho cambiato diverse macchine fotografiche. Bisogna ricordare però che non è la macchina fotografica a fare la foto, ma siamo noi a realizzarla. Molti credono che solo con una macchina costosa si possono fare belle fotografie, ma anche con un cellulare si può avere uno scatto bellissimo. Fondamentale, più della tecnologia usata, è l'abilità del fotografo.

 

 

Che cos'è per te la fotografia?

La fotografia è testimonianza. Attraverso l'immagine, il fotografo testimonia ciò che vede e dà un messaggio. E io cerco di fare proprio questo: con i reportage, ma anche con una semplice passeggiata, cerco di documentare quello che vedo e contemporaneamente racchiudere con tanti momenti un unico messaggio per l'osservatore. È anche continua ricerca. Non si smette mai di evolvere: molti cercano di seguire le mode, ma altri seguono altri canali che si scoprono solo ricercando. La fotografia per me è anche una valvola di sfogo: quando devo fotografare, spengo il cellulare e non penso più ai problemi della settimana. Voglio solo concentrarmi sull'immagine che catturo. È per me importante però anche intrattenermi con le persone che incontro, parlare con coloro che mi fanno da soggetto, voglio perdere tempo per conoscerli. Non posso fare la foto e basta, è come se li violentassi. Cerco di rompere il ghiaccio, parlo e solo alla fine scatto. A volte nemmeno fotografo. Sicuramente non lascerei un lavoro meramente commissionato, in cui non mi rivedo, ma non sarei più Domenico.

 

 

Come deve essere un vero fotografo?



L'essenziale per un fotografo è l'umiltà. Io stesso, a dire il vero, sono molto critico con le mie foto e ho preso l'abitudine di andare a rivedere i miei scatti dopo un po' di tempo, a mente fresca, così riesco a sceglierli meglio. In più un buon fotografo deve studiare sempre, continuare a frequentare corsi e cercare sempre di migliorarsi. Non è male guardare i lavori degli altri, imparare dalle foto di altri artisti. È necessario condividere le proprie conoscenze: è un modo per esporsi e farsi conoscere. Quello che mi piace di più è mettere in comune e discutere. Spesso invece c'è molta invidia nel mondo della fotografia, soprattutto tra i professionisti, mentre è solo con la sinergia che si cresce. Comunque la comunicazione riesce meglio con gli appassionati, perché solo loro riescono a condividere e studiare davvero. Per questo non voglio diventare un fotografo professionista, che invece è costretto dall'ingaggio a non poter questo tipo di discorso: voglio restare un grande appassionato di fotografia.

 

 

Parlaci del tuo ultimo lavoro " Who I am, Where I am".

Questo lavoro è nato per caso. L'idea era quella di fotografare la casa della nonna, la tipica casa con la stufa, la cristalliera vecchio stile. Quando ho postato su Facebook questa idea, un mio cliente mi contattò dicendomi di avere il posto giusto. Quando arrivai sul posto, mi dissero che in casa c'era anche la nonna, Lucrezia. Lucrezia però è molto particolare: è affetta dal morbo di Alzheimer. Io non avevo mai avuto esperienze con questo tipo di malattia, non sapevo neanche come comportarmi. Una volta salito, però, Lucrezia mi ha stravolto tutto il piano di partenza. Ciò che mi ha stupito davvero è che per casa non ho trovato né medicinali, né calendari e neanche orologi. Il tempo era fermo. Lei è rimasta immobile sulla sua sedia per tutto il tempo e, quando mi sono avvicinato per farle un ritratto, lei ha stretto nelle mani la foto sua con il marito e, forse quasi per scherzo, guardava oltre la camera. Sono rimasto affascinato da Lucrezia e continuerò questo progetto, che mi ha portato molta fortuna. Infatti sono stato selezionato con "Who I am, Where I am" tra i quaranta migliori fotografi emergenti d'Italia e, grazie alla FIOF , ho potuto esporre i miei scatti a Lishui, in Cina, e ad Orvieto, dove ho ricevuto il premio con i miei trentanove colleghi.

 

Tutte le foto sono del progetto "Who I am, Where I am"