U fàtte de Tatarànne: una storia infinita

Carmela Loragno
di Carmela Loragno
Lo sapevate che
02 marzo 2016

U fàtte de Tatarànne: una storia infinita

Un nuovo appuntamento con 'Lo sapevate che'

Il detto di oggi riporta ad un racconto fantastico, una di quelle storie che i nonni solevano raccontare ai nipotini di tanti anni fa per farli star buoni, ma soprattutto per insegnare loro un gran numero di parole. Si tratta de "U fatte de tatarànne e de Chembà gardìdde". U Fatte de Tataranne è una storia che non finisce mai, una concatenazione di episodi senza un epilogo finale, che incuriosiva i piccini, i quali, incuriositi, attendevano con ansia come la storia si sarebbe evoluta e conclusa, per poi restare a bocca aperta e con un mucchio di interrogativi.

La storia narra di due amici, vicini di casa, un topolino e un galletto. Un giorno il topolino chiese al galletto di aiutarlo a raccogliere le noci per farne provvista per l'inverno. Il galletto accettò e i due si incontrarono l'indomani, al mattino presto, al canto del galletto, per recarsi in campagna.
Chembà gardìdde salto sull'albero e comincio col becco a staccare le noci che, giunte a terra, venivano raccolte dal topolino e messe in una sacca.
Ma accadde che una delle noci, staccatasi da un ramo, cadde sulla testa del povero topolino, che si ferì.
Il dolore fu tale che si mise ad urlare e a lamentarsi, tanto che il galletto gli consigliò di recarsi dal cappellaio per farsi fare un berretto. E lo sfortunato topolino così fece. Sanguinante andò dal cappellaio e lo pregò dicendo: "Cappeddàre, cappeddàre, famme nu cappìdde, m'è rròtte la chèupe chembà gardìdde" (cappellaio, cappellaio, fammi un cappello, il gallo mi ha rotto la testa). Il cappellaio gli rispose che per potergli fare un berretto, aveva bisogno della lana.

Allora il topino si recò da una pecora e le disse: "Pèchera, pèchere, damme la lane. La lana la ja prettà au cappeddàre. U cappeddàre m'ava fa u cappièdde. M'è rròtte la chèupe chembà gardìdde" (Pecora, dammi la lana, perché devo portarla dal cappellaio, che deve farmi un cappello, perché il galletto mi ha rotto la testa).
E la pecora gli rispose che per potergli dare la lana aveva bisogno di mangiare dell'erba. Così il topolino si recò nei pressi di un prato e disse: "Prato, mio bel prato, dammi un po' d'erba. L'erba devo portarla ad una pecora, che mi darà la lana. La lana la porterò al cappellaio che mi farà un cappello che de devo mettermi in testa, perché il galletto me l'ha rotta".

Ma anche il prato gli rispose che gli avrebbe dato l'erba solo dopo aver ricevuto un po' d'acqua e il topolino, sconsolato, andò alla ricerca di un pozzo e, quando gli fu vicino, supplicandolo gli disse: "Pozzo, mio bel pozzo, dammi un po' d'acqua. L'acqua devo portarla al prato per avere un po' d'erba. L'erba devo portarla alla pecora per avere in cambio un po' di lana. La lana devo portarla al cappellaio per farmi fare un cappello, perché il galletto mi ha rotto la testa".

E così prosegue all'infinito il racconto del bisavolo, fino a quando, la stanchezza del nipotino non l'abbia avuta vinta sulla sua curiosità. Quando si raccontavano le storie...