Quando arrangiarsi era un’arte

Carmela Loragno
di Carmela Loragno
Lo sapevate che
09 marzo 2016

Quando arrangiarsi era un’arte

Un viaggio al tempo dei venditori ambulanti

Quella della tradizione tessile, a Bitonto, ha origini lontane nel tempo, da far risalire con ogni probabilità agli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, quando le donne del sud tessevano con rudimentali telai in legno, per produrre ogni sorta di biancheria per la casa da rivendere al fine di far quadrare il misero bilancio familiare. Non esistevano molti negozi di stoffe, allora, e quelli che c'erano vendevano stoffe troppo pregiate perché la povera gente potesse acquistarne.

Erano quindi davvero eccezionali i casi in cui artigiani e operai si recavano presso questi rivenditori per gente appartenente all'allora ceto medio borghese, spesso accadeva solo in occasioni davvero eccezionali, come per i matrimoni.
L'abito giornaliero di questi era il cosiddetto "Langhèie" (il bigello), un capo fatto con questo tessuto molto resistente, perché rigido, fatto a mano al telaio. Più sviluppato era il commercio delle stoffe di cotone ed erano numerosissimi gli ambulanti che giravano per il paese con il loro fagotto (la bardenèlle), con il loro assortimento di merce.

I più fortunati erano dotati di un carrettino leggero che spingevano a mano, "U trainètte", e il loro passaggio era spesso annunciato dalle seguenti espressioni: "Fanèlle cù pìle" (falnella col pelo) oppure "Na canne e mmènze na lìre" (una canna e mezza per una lira). Le donne prediligevano questi tessuti rispetto a quelli fatti a mano, perché anche se meno resistenti, erano più morbidi.

I venditori più fortunati e i cui affari andavano meglio erano dotati di un carretto trainato da un somaro e questo consentiva loro di spostarsi più rapidamente e quindi di mettere la merce al riparo dalle intemperie o dal sole. Altri affittavano il carretto da alcuni proprietari, che non perdevano occasione per speculare sui guadagni modesti dei venditori.

Un mestiere che, raramente, era svolto anche dalle donne. Alcune di queste venditrici facevano visita alle famiglie più facoltose, dove esponevano le loro stoffe pregiate, come la seta o il lino. Erano chiamate madame e per lo più erano di origini napoletane. Quelle nostrane erano di solito vedove con figli o provenienti da famiglie molto povere, costrette a fare quel lavoro per mandare avanti la famiglia. Spesso venivano chiamate, in senso spregiativo, "panevènue" (venditrici di panni), parola che poi è entrata nel gergo popolare col significato di pettegola, sfacciata o fannullona.

Ma le donne venditrici erano sempre meno rispetto agli ambulanti uomini, che spesso si recavano in paesi lontani a svolgere la loro attività, rientrando a casa solo alle feste comandate o durante le feste patronali.
I venditori ambulanti di tele si recavano anche nei piccoli paesi di montagna, in masserie isolate e frazioni, dove cercavano di fare di tutto per smerciare la mercanzia, a volte anche con piccoli sotterfugi. Le spese per il viaggio e la percentuale da dare al proprietario della trainèlle e del cavallo rendevano i guadagni degli ambulanti davvero risicati. A volte, quando gli affari non andavano bene, non riuscivano nemmeno a pagarsi vitto e alloggio per la trasferta.

La loro vita, quindi, era una vita da nomadi, fatta di sacrifici e di una vita vissuta alla giornata.
Lo sapevate quale era il detto diffuso tra i mercanti girovaghi di telerie? "Sparàgne a la cànne e jaccàttete la mènzecànne" ovvero "Risparmia alla gola e compra quello che ti serve", intendendo con la parola "cànne" lo sciupìò che spesso qualcuno fa qualcuno quando tenta di risparmiare e consuma più di quanto si era prefisso.
Parola del giorno: "panevènue" ovvero "Venditrici di panni" in senso letterale, "fannullona", "pettegola" in senso figuarto.