Episodio 2.24: Negro su Bianco

Rocco D'Ingillo
di Rocco D'Ingillo
Lo spoiler, Seconda Stagione
03 marzo 2016
Photo Credits: Lisa Fioriello

Episodio 2.24: Negro su Bianco

A proposito di finto buonismo, politically correct e uso delle parole. Perché l’atto eroico di un uomo di colore desta ancora tanto stupore?

Mi chiedo spesso perché certi temi siano ricorrenti nel pensiero umano occidentale, e perché tale ridondanza sia così seccante e ormai in loop da ormai troppi anni.
Sembra infatti che l'uomo occidentale stenti a crescere e che voglia continuare a giocare su determinati temi, riproponendoli costantemente.
E il problema di fondo, forse, è che si stenta a parlare chiaramente.
Si evitano termini scomodi ricorrendo a locuzioni verbali, sinonimi e via dicendo. Il tutto per evitare parole brutte, oscure e terribili. Parole che col tempo si trasformano in tabù e vengono gradualmente demonizzate.
Prendiamo l'Italia, ad esempio. Da settimane il tema che scalda tutte le poltrone dello Stivale, da quelle della politica a quelle degli smanettoni del web, è il tema unioni civili, il ddl Cirinnà, la stepchild adoption, gli uteri in affitto, il figlio/non-figlio di Vendola e così via.

Gli omosessuali. I gay, per intenderci. Sì, i gay. E i diritti dei gay. Può sembrare una semplificazione scialba e razzista continuare a ripetere 'gay' senza ricorrere a sinonimi, ma in realtà ha un suo perché. Ci arriveremo più tardi.

Spostiamoci ora dall'Italia e andiamo negli Stati Uniti, e non per parlare di Trump e del suo temibilissimo parrucchino (o riportino, o gatto morto, o quello che è), ma focalizzando l'attenzione sull'appena trascorsa cerimonia degli Oscar. Una cerimonia che ha visto coronare il sogno di due uomini tra loro quasi antipodali: Leonardo DiCaprio, il ragazzino che ha sempre sognato l'Oscar sin da quando era bambino, dedicando sin da subito la sua vita alla recitazione, e la leggenda Ennio Morricone, arrivato a vincere il suo primo Premio Oscar sul campo (dopo quello alla carriera) alla quinta candidatura, a 87 anni, con la voce rotta dall'emozione, ringraziando il suo fan d'eccezione Quentin Tarantino che gli ha permesso di raggiungere un'ennesima soddisfazione, dopo essere stato inizialmente respinto.

Nonostante le grandi emozioni che la serata è riuscita a regalare, il presentatore della serata Chris Rock è riuscito a dedicare la maggior parte delle sue battute in modo brillante e intelligente al caso #OscarsSoWhite, relativo alle numerose polemiche ricevute da parte del mondo dello spettacolo per l'assenza di nomination agli Oscar per uomini e donne di colore.
Per intenderci e per chi non lo sapesse, Chris Rock è un comico ed è di colore, e ha passato tutta la serata a ripetere battute utilizzando continuamente il termine 'Black', traducibile in Italia con 'Nero', se non addirittura 'negro'. Ha preso in giro sia i bianchi che i neri, sgonfiando la polemica facendo sorridere e allo stesso tempo riflettere, ponendo a confronto in modo provocatorio le categorie Donne e Uomini degli Oscar con l'eventuale categoria Bianchi e Neri in futuro, e concentrandosi successivamente su un altro dettaglio, sempre relativo ai 'neri': "Negli anni Sessanta avevamo ben altri motivi per protestare".

In un certo senso, Chris Rock ha parlato col cuore in una mano e con l'orgoglio nell'altra, ripetendo costantemente l'appellativo 'nero', 'negro'. La stessa ripetizione del termine 'Black' ha aiutato a stemperare la polemica, se non addirittura ad annientarla con un'unica, sonora risata. Una risata consapevole, che fa davvero comprendere come il peggio sia davvero passato, che la lotta pacifica è servita a qualcosa, che i veri diritti vengono rispettati e che rispolverare certe polemiche e certe distinzioni è ad oggi ridicolo.
Ciò che può destare scalpore, almeno per un italiano, è come un nero sia riuscito a fare della satira concreta ed evoluta sul razzismo scherzando con un termine così politicamente scorretto come la parola 'negro'.

E proprio a proposito di 'negri' è bene tornare in Italia, in particolare a Bitonto, dove ieri sembra quasi essersi compiuto un miracolo. Due dei soliti noti 'topini', prodotti tipicamente autoctoni bitontini, armati di cacciavite, sono entrati in un supermercato e l'hanno svaligiato, ma subito fuori dal negozio sono stati fermati da un uomo di colore prima di proseguire la loro fuga.

La notizia, probabilmente, ha destato scalpore principalmente per il gesto eroico dell'uomo di colore. Lo stesso uomo di colore che, prima di ieri, molto probabilmente sarà stato tacciato in passato come 'negro', ladro, ladro di lavoro per gli italiani e così via dagli stessi bitontini, e che probabilmente verrà chiamato così anche in futuro.
Un uomo senza nome, di cui non conosciamo nulla, nemmeno un briciolo della sua storia e del perché si trovi a Bitonto a chiedere qualche spicciolo all'uscita di un supermercato. Un uomo di cui conosciamo solo la razza, o meglio il colore.
Sarebbe però bellissimo se questo buonismo melenso misto a subdolo senso di colpa smettesse di esistere il prima possibile.
Che lo stupore per un atto del genere, proprio perché l'ha compiuto un 'negro', venga meno. Solo in quel momento verrà forse meno anche il pregiudizio, solo in quel momento decadrà la più subdola e meschina forma di razzismo ancora insita nel nostro modo di pensare e di comunicare.
Solo in quel caso, e solo allora, potremo dire anche 'negro' senza vergogna, poiché non ci vergogneremo più di noi stessi. Ed è, in un certo senso, quello che si intendeva poco sopra a proposito dell'uso quasi spropositato del termine 'gay'. 

A tal proposito, questo pezzo è stato volutamente tappezzato di termini che nell'uso comune vengono considerati quasi come offensivi e non politically correct, e che spesso vengono sostituiti da altro. Proprio per andare contro la grandissima e viscida balla del politically correct e per concentrarci sul vero senso delle cose, e soprattutto per evitare che certi termini e certe idee continuino ad essere demonizzate.

Un po' come sostiene anche il personaggio di Lenny Bruce interpretato da Dustin Hoffman in 'Lenny' del 1974, che intende la repressione di una parola come un modo quasi inconscio di reprimere il genere, la razza, l'uomo:

 

 

In copertina foto di repertorio