Doppio vincolo

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
07 marzo 2016

Doppio vincolo

Due modelli di centrosinistra nascosti dietro l’elezione del Presidente del Consiglio

Il punto è che l'attenzione della politica locale è ormai proiettata verso le elezioni che, tra poco più di un anno, decideranno della successione a Palazzo Gentile. La controversa vicenda della elezione di un nuovo Presidente del Consiglio Comunale, che in questa settimana potrebbe giungere ad una soluzione, non può sottrarsi al quadro d'analisi che questa "sfasatura" politica comporta.

Si tratta, com'è noto, di uno psicodramma tutto interno al fluido e frastagliato centrosinistra bitontino, che le amministrative del 2012 decretarono molto più ampio ma anche molto più spaccato di quanto la geografia politica costruita fino allo scivolone a destra della parentesi Valla avesse lasciato immaginare. Il "cantiere della partecipazione" costruito a sostegno della candidatura di Michele Abbaticchio – un'espressione che ricorda come paradossale rovescio l'impresa analoga ordita a destra qualche anno prima dal fautor di Valla, Vincenzo Fiore – dimostrò nel 2012 un dato inusitato nella storia politica recente bitontina (e non solo): che un "altro" centrosinistra, un centrosinistra alternativo al PD di quella "vocazione maggioritaria" che il territorio negli anni aveva imparato a conoscere come dirigismo centralizzato, era possibile. Non solo, era anche vincente. Quel che ne è seguito, in questi anni, è semplicemente il racconto dei tentativi più o meno maldestri, da una parte e dall'altra, di capire fino a che punto quell'alternativa potesse spingersi. Fino a dove potesse arrivare con le proprie gambe. Ne è risultata una "relazione complicata", quello che in termini psicoanalitici si definirebbe un "double bind": attrazione e repulsione, opposizione ma ricerca del compromesso, un continuo passare dall'aperta contrapposizione al tentativo di collaborazione e riconciliazione; un'ambiguità, questa, che se da una parte ha testimoniato la consapevolezza, da parte del civismo, della propria instabilità ed eterogeneità interna, dall'altra ha reso evidente la schizofrenia di un partito, quello Democratico, che alla Pescara ribadiva pervicacemente la propria opposizione alle scelte amministrative del primo cittadino, salvo benedirle ed elogiarle a livello metropolitano e regionale, attraverso le attestazioni pratiche di stima e riconoscimento istituzionale giunte da Decaro ed Emiliano (e, non secondariamente, dal di lui consigliere Procacci). Colpa certamente, ma non soltanto, della disgraziata gestione della gioventù democratica targata Vaccaro, cui il partito cittadino in questi anni è stato consegnato e forse anche un po' abbandonato, come a voler sancire – pure da Bari – la fine di un ciclo ed una vacatio politica che preparasse, nel vuoto, una futura transizione di classi dirigenti, che per il momento rimane al buio.

Dove si colloca in questo quadro la scelta del nuovo Presidente dell'assise? La sostituzione di Palmieri, che per sua natura potrebbe rappresentare un avvicendamento puramente burocratico e formale, tiene banco da mesi perché ha assunto una dimensione prettamente politica, quella appunto di tentare la negoziazione dei rapporti interni al centrosinistra. Non tanto in vista di un allargamento immediato della maggioranza, quanto piuttosto come "prova tecnica" di quel dialogo che dovrebbe condurre al prossimo appuntamento elettorale. E così Abbaticchio ha "aperto" al PD, con quella che suonava più come una sfida che come un'offerta. A complicare volutamente le cose, infatti, c'è che il "nome" in ballo per la poltrona è quello di Gaetano De Palma, consigliere democratico sì, ma in quota a quel "Progresso Democratico" che dopo il Congresso rappresenta la fronda d'opposizione interna al PD, a vocazione esplicitamente filoamministrativa; dunque portavoce di quel modello di centrosinistra allargato a possibile baricentro abbaticchiano che il "giovane" gruppo di potere democratico ed i "vecchi" suoi referenti istituzionali in Consiglio – Natilla, Ricci – hanno nei fatti sempre osteggiato.

Così, se sul piano pratico ha il sapore di un patto di consiliatura per "pacificare" i prossimi 12 mesi di governo, l'accordo sulla Presidenza ha anche virtualmente il peso di una proiezione strategica. E se il pressing sulla cabina di regia del PD è – come si è descritto – forte tanto esternamente (i vertici regionali e provinciali) quanto internamente (Progresso Democratico), anche dalle parti della maggioranza non mancano in realtà pressioni, molteplici e contraddittorie. Non è un mistero che la configurazione criptosignorile di gestione del potere da parte di Michele Abbaticchio si sia da tempo rivelata una delusione per quelle realtà politiche, segnatamente partitiche, che nel 2012 avevano creduto che "liberarsi" dell'ingombrante PD avrebbe significato aumentare il proprio peso e la propria agibilità nel processo decisionale. I motivi di frizione denunciati negli ultimi mesi senza troppi tatticismi dai Socialisti – l'esempio più eclatante e noto – sono la dimostrazione di quanto il modello di gestione del potere del Sindaco risulti fortemente divisivo degli assetti interni della maggioranza. Così oggi, anche in occasione della scelta del Presidente e – per esso – dei rapporti di forza tra Abbaticchio e il PD, non è scontato che tutte le forze di maggioranza stiano dalla parte del primo e contro il secondo.

L'alleanza subordinata al riconoscimento della leadership di Abbaticchio nel centrosinistra – ciò che l'accordo su De Palma potrebbe rappresentare – è nei fatti l'opposto della strategia che in queste ore i partiti "tradizionali" di centrosinistra, PD e Socialisti, accompagnati dagli opportunisti di sempre, stanno tentando di perseguire: ricostruire in vista delle amministrative del 2017 un blocco di centrosinistra "tradizionale", implicitamente autosufficiente rispetto alle tendenze eccentriche del civismo, e che si tenga le mani libere fino all'ultimo su chi designare alla candidatura di Sindaco.

Ecco perché la poltrona di Presidente del Consiglio scotta. Più di quanto non darebbe a vedere. Perché il rischio di spingersi troppo oltre, di significare e rendere possibile più di quanto non si vorrebbe promettere in questo momento, è onnipresente. Si tratta di decidere chi riuscirà a tenere il coltello dalla parte del manico, alla fine. Non tanto per fare male all'altro, ma per rivendicare d'aver usato clemenza pur avendolo potuto fare.