'La storia non accetta lezioni uniche': Paolo Mieli al Traetta

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli
01 febbraio 2016

'La storia non accetta lezioni uniche': Paolo Mieli al Traetta

Il giornalista è stato ospite di Memento lo scorso sabato

Continuano gli importanti eventi del progetto Memento, l'iniziativa che con proiezioni e conferenze organizzate dalle scuole della città continua a tener vivo il dovere di ogni persona di non dimenticare e di costruire una memoria che in nome della vita sia educata alla discussione e al confronto. Sabato scorso, 30 gennaio, è stata la volta di una seguitissima lezione di storia presso il Teatro Traetta a cura di Paolo Mieli, storico e giornalista, che, dialogando con Stefano Costantini, caporedattore di Repubblica Bari, ha preso le mosse per la riflessione dal suo ultimo libro "L'arma della memoria. Contro la reinvenzione del passato". Il tema della serata è stato incentrato proprio sul buon uso dell'arma della memoria, perché "il passato è di per sè problematico, fatto di chiaroscuri" e diventa quindi necessario individuarli "per ben comprendere ciò che è stato e vivere meglio il presente".

In questo senso, il compito dello storico sarebbe dunque quello di "evidenziare che non esiste una verità definitiva" e "proporre una critica e una evoluzione della storia stessa". L'approccio deve essere problematizzato, in cui "chi scrive non deve celebrare la propria parte e parlare degli sconfitti come rappresentazione del male". Lo stesso metodo lo si individua anche nei due campi di cui Mieli è profondo conoscitore ed esperto, infatti aggiunge: "Il giornalismo e la storia sono molto simili, perché prima di iniziare a fare l'una o l'altra parto con il domandarmi cosa ne penso io, per poi passare ad esaminare e constatare ciò che contraddice il pensiero iniziale. Se poi non ho trovato nulla di contraddittorio, avrò sicuramente sbagliato, perché trovare nel percorso di ricerca solo conferme e non discordanze è un metodo inefficace e inutile. La forza di l'intellettuale deve cercare di problematizzare i fatti e trovare le sue incongruenze".

Al termine della serata, BitontoTV è riuscita rivolgere alcune domande di approfondimento sul tema della memoria in particolare sul ricordo di un evento tanto tragico e importante come quello della Shoah.

 

Dott. Mieli, lei che vanta origini ebraiche e una lunga carriera nel giornalismo, è stato invitato per prendere parte a questo ciclo di incontri cittadini, appunto per non dimenticare. Quanto ritiene sia importante la memoria storica per un popolo?
Per un popolo è importantissimo avere una memoria storica, a patto che questa non sia un modo di intossicare il passato per ricordarlo con una veemenza che serve solo a riproporre delle battaglie che ormai si sono chiuse. Dopo i periodi di grandi conflitti, che non sono solo le guerre, pensiamo ad esempio all'ultimo ventennio berlusconiano, conviene mettere un punto, sospendere la parte militante del nostro ricordo e riavvicinare le questioni agli occhi dello storico. Perché solo storico ci dice che mai le ragioni sono tutte da una parte e i torti dall'altra e quindi ci educa ad avere una visione diversa da quella che avevamo nel passato. Trovare gli elementi di contraddizione che completino la visione sul passato è l'atteggiamento dello storico, che quindi è diverso da chi invece vuole solo continuare a combattere delle battaglie che non ha più senso portare avanti.

Lei che è stato per tantissimo tempo nel mondo della comunicazione e che ora in tv continua a raccontare agli italiani la storia d'Italia e non solo, ritiene che il bombardamento dei media in una sola settimana o poco più di film e altro materiale sulla shoah possa sortire un effetto opposto, saturando e rendendo lo spettatore indifferente alla memoria?
Soprattutto all'inizio, la Giornata della Memoria è stata molto importante, perché è un modo di riproporre temi che altrimenti rischiavano di andare dimenticati, ma sono convinto che a lungo andare l'insistenza e spesso la retorica rischiano di provocare un effetto di saturazione, dando l'impressione di una "storia" imposta dall'alto, come una versione unica. La storia non ammette lezioni uniche, anche in questioni chiare come lo sterminio degli ebrei, bisogna essere capaci di guardare le sfumature, di aprirsi ad interpretazioni nuove. Un fatto che, ad esempio, viene spesso sottaciuto riguarda la protezione degli ebrei da parte degli stati "buoni": se tutti sapevano il destino a cui andavano incontro, perché gli stati europei, gli Stati Uniti, gli inglesi in Palestina hanno chiuso le frontiere e non li hanno accolti a braccia aperte? Noi oggi invece raccogliamo i musulmani anche rischiando che si infiltrino militanti dell'Isis, perché invece allora ciò non fu fatto? È allora necessario investigare, cercare di capire perché gli eventi andarono così, rendendo la memoria complessa, anche se questa può diventare pericolosa. Le visioni celebrative infatti sono sempre controproducenti, come tali sono state le celebrazioni legate all'Unità d'Italia o alla resistenza: quando ci si mette a creare un monumento e ad edificare un mito non è mai positivo, anzi può creare l'idea di qualcosa di nascosto che si batte contro la versione ufficiale.

Ci sono alcuni che parlano della Giornata della Memoria, allo stesso modo della creazione dello Stato d'Israele, come una gentile concessione politica ad un intero popolo, una sorta di risarcimento che sino a prima della seconda guerra mondiale si sarebbero potuti dimenticare. Lei cosa ne pensa?
Assolutamente no, l'istituzione della Giornata della Memoria nel 2005 in Europa e la creazione dello Stato d'Israele sono questioni completamente differenti. Poco dopo la nascita approvata dall'ONU dello Stato d'Israele nel 14 marzo del 1948, gli israeliani furono attaccati dagli arabi, nella cosiddetta Guerra arabo-israeliana, che durò un anno e mezzo, quindi non fu loro concesso assolutamente nulla, perché dovettero conquistare la propria terra palmo per palmo. Inoltre il giorno della memoria non può essere considerato una concessione, in Italia gli ebrei sono solo 35 mila. In realtà è una concessione al senso comune, per la creazione di una memoria collettiva, a cui bisogna fare attenzione, perché non si faccia retorica e celebrazione, ma si vada sempre oltre.