La piazza? Luogo di affari e pettegolezzi

Carmela Loragno
di Carmela Loragno
Lo sapevate che
17 febbraio 2016

La piazza? Luogo di affari e pettegolezzi

L'appuntamento settimanale con 'Lo sapevate che'

La "chiàzze" ovvero la piazza è da sempre il simbolo caratterizzante di una città. Era infatti nella piazza, nell'agorà, che tutte le attività di una comunità si concentravano, un luogo di affari, di commercio, di scambi di prodotti e di opinioni e anche di pettegolezzi.

E quando si tratta di pettegolezzi – si perdoni il campanilismo – Bitonto, come tante città del sud Italia, vanta se non un primato, certamente un posto sul podio dell'agone. Ma facciamo un passo indietro. La piazza della Cattedrale era la più importante dei paesi della Puglia, quando la vita cittadina era tutta concentrata all'interno delle mura.

A Bitonto vi erano non solo gli uffici più importanti della città, ma anche numerosi "pianconi" di pietra levigata dove si vendeva di tutto, dalla verdura (re fogghie mesckèute, la verdura selvatica) alla carne, e poi ancora pesce e salumi, intorno all'obelisco dedicato alla Vergine. Era la piazza anche il luogo in cui si cercava lavoro. Qui, infatti, si recavano i braccianti agricoli per essere ingaggiati per lavori stagionali, come la raccolta delle olive ad esempio.

Con l'espandersi del tessuto cittadino, poi, anche fuori dalle mura, la piazza perse un po' quel primato di luogo sociale in cui si tessevano i rapporti tra i cittadini e da "mmènz'a la chiàzze" (in mezzo alla piazza) si passò all'espressione "mmènz'a la pòrte" ovvero davanti alla Porta Baresana, dove si trasferì un po' tutto il centro delle attività di scambio della città.

Qui i contadini si recavano a "premètte", a fare cioè la promessa di andare a lavoro, una promessa fatta ai caporali "citte citte" ovvero sottovoce. Da qui deriva il detto, ancor oggi assai diffuso, "Citte citte mmènz'a la chiàzze", ad indicare appunto il modo silenzioso con cui si concludevano questi rudimentali "contratti" verbali e precari di lavoro, che poi sfociavano in realtà in un gran vociare e chiacchiericcio di piazza. Insomma alla fine, nati con un alone di segretezza, questi accordi erano conosciuti da tutti. Tutti sapevano tutto di tutti, o almeno credevano di sapere, perché il gioco del telefono senza fili, si sa, non ha mai funzionato alla perfezione.
Da quest'abitudine legata ai rapporti di lavoro dell'epoca, il detto "citte citte mmènz'a la chiàzze" è diventato un'espressione per indicare il carattere superficiale di certe persone, dedite all'hobby del pettegolezzo, incapaci di tenersi i segreti e le confidenze altrui oppure per far riferimento in modo scherzoso ad un monito, una promessa di silenzio su di un fatto appena raccontato.

Insomma, passano gli anni, ma certi costumi restano invariati ed è incredibile ed affascinante come il dialetto bitontino sia riuscito, in una formula breve e quasi onomatopeica, a racchiudere meglio di qualunque altro il senso di un atteggiamento diffuso ancora oggi in maniera forte e bizzarra tra la sua popolazione. Ma soprattutto a sottolineare la forza di una lingua, che i bitontini hanno lunga più che mai.

Proverbio: Citte citte mmènz'a la chiàzze
Parola del giorno: "premètte" dal verbo promettere, ad indicare la promessa di lavori dei braccianti agricoli ai caporali