Frida Kalho al Teatro Traetta con il monologo di Rossella Giugliano

Carmela Loragno, Alessandra Savino
di Carmela Loragno, Alessandra Savino
Cultura e Spettacoli, Video
01 febbraio 2016
Photo Credits: Lorenzo Scaraggi

In scena la grandezza dell’umana debolezza

Se il teatro è emozione, allora quella di ieri al Traetta per lo spettacolo su Frida Kalho “Quello che l’acqua mi ha dato” è stata un’emozione tutta d’un fiato. Se il teatro è catarsi, allora il monologo scritto e interpretato da Rossella Giugliano è stata una cascata distruttiva, per la forza e la passione che lo ha animato, e nello stesso tempo rigenerante, con la dolcezza di mille gocce sul volto e nell’animo.

Con la regia di Nicola Vero, l’aiuto regia di Monica Varrese, i costumi di Stefania Scaraggi, le foto di scena di Lorenzo Scaraggi, la scenografia di Damiano Pastoressa, il disegno luci di Giuseppe Pesce e la locandina di Enzo Piglionica, lo spettacolo, che rientra nella “Stagione Off” del Traetta ed è una produzione Itaca in collaborazione con il laboratorio urbano Rigenera, ha riscosso il favore del pubblico, con un immediato sold out.

In scena la vita di Frida Kalho, raccontata in fotogrammi accorati dall’attrice, vestita di bianco. Il bianco, da sempre accostato al candore e alla purezza, è in questo monologo il colore del dolore, cifra caratterizzante la vita di uno dei personaggi femminili più controversi e straordinari del novecento.

I colori come strumento forte e vivifico per raccontare una storia drammatica, un destino che ha in sé tutta la consapevolezza della finitezza e della debolezza umana, ma anche il grande slancio verso un riscatto reso possibile grazie all’arte.

 

 

Una sanguigna Rossella Giuliano veste i panni di Frida Kalho, ne indossa temperamento e sensualità, sofferenza e desiderio di rinascita, come una fenice in grado di risorgere miracolosamente dalle proprie ceneri.

Nella scenografia minimale ricreata, l’attrice si muove con una gestualità comunicativa e altalenante, forte e delicata insieme, tenendo il pubblico incollato sul suo sguardo, concentrato nel racconto, per più di un’ora.

Ed ecco lenta e poi incessante dipanarsi la vita della pittrice messicana, una vita spietata e dura che prende forma nei suoi racconti, come tanti dipinti che fuoriescono dalle sue mani e dalla sua anima: l’infanzia, l’amore paterno, il temperamento forte, la sessualità ambigua, il primo amore e poi l’incidente, le ripetute operazioni, la lunga convalescenza, l’entusiasmo creativo, la rivoluzione sociale, il matrimonio, l’aborto, il figlio mai avuto. Tutto passa sotto gli occhi di chi ascolta in modo incessante, a tratti violento.

Al centro di tutto il dolore e la vita. Il dolore come tappa immanente della finitezza umana, che diventa strumento di creatività e la stessa forza dell’uomo. L’arte, che salva l’essere umano dalla morte per renderlo eterno, l’arte come libertà del proprio essere, come liberazione dal dolore stesso.

La creatività come mezzo per vivere, per riconoscersi, per ritrovare se stessi, per guarire ed uscire dalle tenebre. E poi ancora l’amore per ritornare a vivere, a sentirsi vivi, ad esplodere di un entusiasmo vitale che si fa beffa del giudizio della gente, che diventa anche fervente sentimento culturale e sociale. E poi la femminilità, come espressione di una forza che è propria potenzialmente e che si esprime in tutta la sua grandezza nella maternità. Una maternità negata a Frida, che la Giugliano interpreta in tutta la sua drammaticità e potenza verso le ultime battute del suo monologo, dove trova spazio l’eterno interrogativo di sempre rivolto a Dio: “Perché?”.

L’esempio drammaticamente splendente della vita di Frida Kalho tocca le corde più profonde di una interiorità che lacrima sommessamente durante tutto lo spettacolo, per poi liberarsi nell’aria e recuperare la sua leggerezza allorquando l’attrice diventa tutt’uno con un albero, ricongiungendosi alla vita, come una radice che torna alla terra. Conflitti irrisolti di un animo che ha trovato la sua forza nella sua sensibilità, che ha fatto della debolezza umana il grande contenuto della sua produzione artistica.