Cosa è il Cirinnà?

Federica Monte
di Federica Monte
Cronaca
29 febbraio 2016

Cosa è il Cirinnà?

Il maxiemendamento è passato. Ma si tratta di una vittoria a metà

Il primo sì al maxiemendamento, che regola le unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina le convivenze, è finalmente arrivato lo scorso 25 febbraio 2016. Un giorno che apre le porte ad una nuova parentesi storica italiana, un giorno che fa dell'Italia un paese meno conservatore e più civile. Anche a Bitonto nel mese di Novembre in consiglio comunale è stata inserita all'ordine del giorno la possibilità di istituire il registro delle unioni civili, sotto proposta dei consiglieri Gala, Modugno, Fioriello, Rutigliano, Toscano e Natilla, che si è però conclusa in un rinvio, in attesa proprio che da Roma deliberassero sul tema.

Il maxiemendamento ha la stessa portata rivoluzionaria della legge sul divorzio o di quella sull'aborto e porta il nome della senatrice del partito democratico Monica Cirinnà. Dopo le numerose ammonizioni ricevute dall'Unione Europea anche l'Italia sembra essersi svegliata o forse oggi dorme con un occhio solo. L'Italia era l'unica del blocco centro occidentale a non avere nessuna norma regolatrice: la Cenerentola dei diritti civili in Europa.

Ma cosa sono queste unioni civili? L'unione civile, come si legge nell'art. 1 è «una specifica formazione sociale tra persone dello stesso sesso». L'unione è registrata nell'archivio dello stato civile. La coppia concorda l'indirizzo della vita familiare e ha diritti e doveri come l'obbligo alla coabitazione e all'assistenza morale e materiale. È possibile assumere un cognome comune o sceglierli entrambi. È previsto il diritto all'eredità e alla pensione di reversibilità. Può essere sciolta con le stesse procedure del divorzio o direttamente senza separazione. Fiore all'occhiello l'art.3 nel quale si legge «ovunque in qualsiasi legge, regolamento o norma, ricorra la parola "coniuge", "coniugi", "matrimonio", essa s'intende estesa alle parti dell'unione civile».

Il disegno di legge è stato sì approvato ma mutilato per una maggioranza cambiata in fieri. Sono state stralciate infatti la norma che prevedeva la stepchild adoption – la possibilità di adottare il figlio del partner – ed è stato cancellato l'obbligo alla fedeltà insieme a molti riferimenti al matrimonio dopo le numerose pressioni del Nuovo Centrodestra. È stata però inserita una norma di garanzia: i giudici avranno libertà di decidere sui ricorsi delle coppie omosessuali in merito al riconoscimento dell'adozione del figlio del partner.

«È stato un bel regalo all'Italia avere impedito che due persone dello stesso sesso, cui lo impedisce la natura, avessero la possibilità di avere un figlio. Abbiamo impedito una rivoluzione contronatura e antropologica» ha dichiarato Angelino Alfano, Ministro dell'Interno l'indomani della fiducia al ddl, dimenticando che la stepchild adoption è un istituto giuridico già riconosciuto in molti paesi d'Europa. E per quanti credono che sia una cosa aberrante leggere qualche nozione storica non farà male. Pioniera in materia dei diritti civili è la Danimarca che ha approvato nel lontano 1999 la stepchild adoption, seguita dai Paesi Bassi e dalla Germania nel 2001. Poi ancora la Svezia nel 2003, la Spagna nel 2005, il Belgio e la Slovenia nel 2006, il Regno Unito nel 2007 e nel 2013 anche in Francia. Recentemente la stepchild adoption è stata consentita anche in Croazia, Estonia e Grecia. Per non parlare dei 14 paesi europei che consentono agli omosessuali anche l'adozione di minori, impensabile per molti italiani. La rivoluzione è già in atto e non sarà il Nuovo Centro Destra a fermarla. Dopotutto la vita in questi paesi continua ugualmente, non piovono rane dal cielo e l'ira di Dio non si è ancora scatenata. Questi bambini esistono già, non sono immaginari, sono circondati da figure che esercitano un ruolo genitoriale, sono famiglie comunque composte e presto la legge dovrà in qualche modo tutelarli.

Altro punto discusso è l'eliminazione dell'obbligo di fedeltà che secondo molti alimenterebbe l'idea erronea di promiscuità all'interno delle relazioni omosessuali. «Al di là delle battute da bar sport, due cose devono essere chiare. In molti paesi europei il requisito della fedeltà non è contemplato in nessuna norma, per nessun tipo di coppia, perché pur essendo un requisito morale importante, la fedeltà non può certo essere imposta per legge. In Italia la fedeltà sopravvive nel codice civile come requisito frutto di un retaggio culturale contro le donne. Un retaggio maschilista che era alla base del diritto d'onore: tu mi tradisci, io ti posso uccidere» ha dichiarato nel discorso conclusivo al senato Monica Cirinnà. Pare che la prossima mossa di alcuni senatori del Partito Democratico sia quella di eliminare l'obbligo di fedeltà anche dal matrimonio, laddove per fedeltà non si intende unicamente quella corporea, ma anche il non tradimento di reciproca fiducia e rapporto di dedizione spirituale tra i coniugi.

Probabilmente però i più delusi sono i conviventi che vedono negarsi qualsiasi possibilità di accedere, tra le altre cose, alla pensione di invalidità. Secondo il maxiemandamento la convivenza di fatto riguarda le coppie etero o omosessuali non legate da altri istituti giuridici. I conviventi sono persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale. Assumono alcuni diritti e doveri analoghi a quelli riconosciuti ai coniugi quali l'assistenza ospedaliera, penitenziale e gli alimenti in caso di fine convivenza. Possono accedere alle graduatorie e subentrare nel contratto di locazione in caso di morte del convivente. Francesco, bitontino quarantenne, comunica il suo malcontento: «le coppie conviventi non hanno nessun tipo di tutela giuridica. Se due persone stanno insieme per vent'anni, nonostante abbiano dimostrato di essere una famiglia, seppur senza contratto, non possono accedere alla pensione di reversibilità, né i loro figli possono godere di eredità legittime. Non ci sono forme di tutela per famiglie di fatto che non vogliano sottostare ad un contratto».

Questa legge ha fatto tanto discutere seppur monca renderà le unioni civili una realtà del nostro paese. L'uguaglianza formale e sostanziale per le coppie di fatto è vicina. Soltanto qualche anno fa in una nazione così soffocata, reclamare diritti era qualcosa di impensabile. È vero anche però che i balletti di parole, l'ostruzionismo di alcuni elementi della nostra classe politica disattendono le aspettative. Ci si aspetterebbe chiarezza e limpidezza dinnanzi a diritti naturali, ma ci si schiera per un colore partitico, ci si ritira per ostacolare una maggioranza. I diritti non dovrebbero essere richiesti, semplicemente bisognerebbe smettere di negarli. È sicuramente una vittoria per l'Italia repubblicana e democratica, ma è una vittoria a metà. Il diritto all'amore appartiene alla collettività. Dal 25 febbraio 2016 amarsi, in Italia, non sarà più un peccato.