A teatro l’Auschwitz dei Balcani: Jasenovac

Federica Monte
di Federica Monte
Cultura e Spettacoli
19 febbraio 2016

A teatro l’Auschwitz dei Balcani: Jasenovac

Lo spettacolo è andato in scena al Socrate di Castellana

«Avete salvato l'anima, ma il vostro corpo ci appartiene» è una delle frasi che più riecheggia nel Teatro Socrate di Castellana Grotte durante lo spettacolo "Jasenovac – omelia di un silenzio" scritto, diretto e interpretato da Dino Parrotta.

La storia raccontata è quella poco conosciuta del massacro perpetrato dalla dittatura Ustascia (sostenuta e finanziata dal regime di Mussolini) ai danni dei serbi, dal 1941 al 1945 in Jugoslavia, terra occupata senza dichiarazione di guerra dall'asse italo-tedesco e proclamata Stato indipendente Croato, con a capo Ante Pavelic. Sei milioni e mezzo di abitanti da governare, di questi, oltre due milioni serbi. Il nuovo stato doveva essere puro, incontaminato, di fede cattolica.

Conoscere la storiografia che è alla base è indispensabile per comprendere il susseguirsi della rappresentazione, frazionata in undici quadri alternati a filmati dell'epoca, foto di archivio. Il palcoscenico è un camerino a vista, Parrotta infatti, tra un quadro e l'altro, cambia i propri panni: ora è vittima, l'attimo dopo è carnefice. I testi sono presi da testimonianze, documenti, dichiarazioni, e conservano tutta la drammaticità di un pezzo di storia troppo presto dimenticato.

Jasenovac, a cui il titolo dello spettacolo fa riferimento, è un campo di sterminio, conosciuto anche come l'Auschwitz dei Balcani, nel quale hanno perso la vita circa 700 mila persone. Era gestito dal frate francescano cattolico Miroslav Filipović- Majstorović. Parrotta lo interpreta magistralmente nel quarto quadro, nel quale un tronco di albero diventa mattatoio. Ogni colpo di accetta è una vita spezzata: in 10 ore Fra Satana uccise 250 bambini serbi, in una scena che crea incredulità negli astanti.

Con il meccanismo dei quadri si rivive "la notte di Glina", grazie alla testimonianza di Ljubo Jednack- unico sopravvissuto-, nella quale furono ammazzati tutti i serbi presenti in Chiesa non provvisti di certificato di conversione al cattolicesimo: "scannarono tutti nella casa del signore, era diventata un lago di sangue", o ancora le parole lancinanti di uno dei pochissimi bambini sopravvissuti, Knezevic Gojko, dette mentre l'attore si appoggia e gioca su di un altalena, emblema dell'infanzia da cui è stato troppo presto strappato "quando tagliarono i seni a mia madre non potei neanche piangere o avrebbero ucciso anche me" racconta dondolandosi.
Finita la seconda guerra mondiale, Pavelić scappò in Argentina aiutato dal Vaticano mentre l'arcivescovo di Zagabria - di cui pur esistono le prove della complicità con i crimini degli ustascia, fu beatificato. Solo in Italia non se ne è saputo niente. Ecco il silenzio a cui allude il sottotitolo dello spettacolo. Un silenzio che fa paura quando viene aperto il vaso di Pandora della storia. Dov'è la verita? Dov'è la giustizia? Dov'è il nostro Dio?

"Jasenovac – omelia di un silenzio" è uno spettacolo dai contenuti così forti che atterrisce il pubblico. Il registro drammatico è continuamente rilanciato da nuove atrocità, si rimane interdetti e non si ha neppure voglia di applaudire la performance, seppur ineccepibile, dell'unico attore per non oltraggiare la memoria dei morti. Questo teatro porta alla luce le assurdità della storia moderna, crea fissità tra le pareti della nostra coscienza: "la pace è un atto quotidiano" come sottolinea Dino Parrotta poco prima che cali il sipario.