Una Med-ea sensoriale alle Grotte di Castellana

Federica Monte
di Federica Monte
Cultura e Spettacoli
15 gennaio 2016

Una Med-ea sensoriale alle Grotte di Castellana

Lo spettacolo è ispirato alla figura della mitologia greca

Le Grotte di Castellana non sono solo un sito turistico, ma da anni sono diventate scenario naturale di spettacoli teatrali. A settanta metri di profondità, dopo un percorso tutto in discesa nel ventre della terra, si accede alla Grotta della Civetta – chiamata così per la sua forma – e tutte le luci attorno spariscono. Si approda in uno stato di cecità, trascorrono alcuni secondi e d'improvviso giungono forti sei parole: vello, eros, sposo, straniero, sciagura e mente. Sono le sei voci delle interpreti di Med-ea, lo spettacolo scritto da Loredana Savino e Fabio Caruso, in scena da novembre nel sito calcareo pugliese.

La trama è quella nota: Medea ripudiata da Giasone, dopo averlo aiutato nella conquista del Vello d'Oro, uccide i suoi figli – e quindi anche se stessa – per riscattare il suo tormentato desiderio di vendetta. Il mito greco messo in scena per la prima volta da Euripide nel 491 a.c., viene ripreso, modellato, rielaborato e assume la sacralità dell'eternità. Il testo segue vari adattamenti, rimane invariato solo il coro, funzionale all'ascolto dei lamenti di Medea. La donna non è interpretata da un'unica attrice, ma le Medee, appunto, sono sei. La vicenda da singolare diventa universale, e lo spettatore arriva a immedesimarsi nella stessa Medea.

Non c'è distanza tra gli attori e gli astanti, tutto e tutti fanno parte dello spettacolo. Le voci delle interpreti sono perfettamente incastonate, si alternano, si fondono, in canti, lamenti e battute. Il climax giunge forte nel momento in cui l'eroina tragica decide la modalità della sua vendetta. Ad intermittenza i volti delle protagoniste si illuminano in un gioco di luci ed ombre che dona alla performance il peso esistenziale di una vicenda senza tempo. Il delirio di Medea si riesce a sentire con gli occhi e a vedere con gli orecchie, in un ribaltamento sensoriale forte ed emozionante.

BitontoTv ha incontrato Fabio Caruso e Loredana Savino.

 

Come nasce l'idea di rimodernare un classico del genere?
Fabio: L'idea primaria è di Loredana, lei ha collegato in maniera davvero istintiva questo personaggio a un luogo ipogeo, uterino. Abbiamo cercato di ricostruire la vicenda umana di Medea, quella simbolica. I confini fisici non ci sono.

Ecco la scelta di rimanere al buio. Si ha la sensazione di rimanere attoniti alla fine dello spettacolo.
Fabio: Esattamente! Scompaiono le cose fisiche, è un processo interiore. È un osmosi, un discorso ancestrale. Viene dalla pancia, non è razionale. Dopo aver selezionato il personaggio c'è stato un lavoro durissimo per la scelta delle voci, che sono imprescindibili per il risultato finale. Grosse parti sono lasciate all'improvvisazione tranne le melodie, le attrici si lasciano molto trasportare dal momento.

Lo spettacolo finisce con l'allontanamento delle Medee, non c'è un confine netto.
Fabio: Lo spettacolo in realtà non finisce, teoricamente le Medee camminano allontanandosi per sempre. Questa è stata una scelta fortemente voluta, per consentire al singolo di vederci quello che vuole.

Qual è il riscontro del pubblico?                                                                                                              Fabio: Al 99% è positivo, poi è chiaro è uno spettacolo particolare, abbiamo messo in preventivo la possibilità di avere spettatori che non lo comprendano. Ad una replica è venuta una ragazza americana, che non capiva un'acca, ma che è rimasta stupita e mi ha detto "un'emozione del genere non l'ho mai vissuta, non importa ne non ho capito nulla. Non m'interessava!". Lo spettacolo piace a chi sa stare solo con se stesso, non tutti sopportano il peso del pensiero.

Quanto tempo occorre per realizzare uno spettacolo del genere?
Loredana: Noi abbiamo lavorato molto soprattutto per costruire il suono. Le attrici sono tutte cantanti, la componente recitativa è stata solo una necessità, bisognava creare un racconto che fosse quasi distaccato. È stato un lavoro molto lungo, abbiamo dovuto costruire un suono che fosse adatto per ricostruire il dolore di Medea.

Perché non c'è una sola Medea?
Loredana: Ho scelto di rappresentare le varie emozioni di Medea, attraverso le varie attrici, completamente diverse l'una dall'altra. La scelta timbrica vocalica è essenziale al conseguimento del risultato finale. L'idea è quella di ricreare quello che tecnicamente fanno le macchine: la loop station, il dolby surround, così sostenere la circolarità. È stato importante creare un passaggio vocale che fosse laterale, frontale e posteriore per consentire al pubblico di entrare nello spettacolo.

Quello che rimane alla fine non è l'omicidio ma il delirio di Medea.
Loredana: Questo è l'obiettivo che ci siamo prefissati. Anche perché credo che tutti abbiano provato sentimenti contrastanti, l'amore può portare al delirio. Con la frase "io sono medea" pronunciata da tutte, abbiamo voluto invitare gli spettatori alla riflessione: forse almeno una volta nella vita, dopo aver subito un torto, avete anche voi desiderato di vendicarvi in qualche modo!