Nessuno marcia per le donne di Colonia?

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
11 gennaio 2016

Nessuno marcia per le donne di Colonia?

Contro il politicamente corretto e il perbenismo provinciale

Non è imprudente misurare la qualità dell'opinione pubblica di provincia con fatti e fenomeni sociali di scala nazionale o globale. Nemmeno quando la provincia è Bitonto. Nemmeno quando i fatti della cronaca internazionale sono quelli accaduti a Colonia nella notte di Capodanno.

I bitontini, d'altronde, quando vogliono hanno parole e gesti per esprimere il proprio sentimento del mondo. Basti ricordare, solo qualche mese fa, la "marcia delle donne e degli uomini scalzi", cui una non esorbitante ma significativa rappresentanza di cittadini aderì per significare la propria solidarietà ai migranti in fuga da guerre e persecuzioni, e sollecitare l'apertura di corridori umanitari all'interno di un'Europa sempre più sospettosa e xenofoba. Passerelle a piedi nudi, slogan e striscioni. Sacrosanto. Ma viene talvolta di pensare che esistano battaglie di civiltà di serie A e battaglie di serie B: quando, appunto, si constata il silenzio assordante che ha avvolto la vicenda di Colonia (che nelle ultime ore sembra trovare conferme ed echi in fatti di cronaca riferiti ad altre località tedesche) negli scorsi giorni.

In estrema sintesi: nella piazza antistante la stazione centrale della città un folto gruppo – presumibilmente organizzato – di maschi di provenienza araba o maghrebina ha pesantemente molestato ed aggredito decine di donne con insulti a sfondo sessuale, espliciti palpeggiamenti e violenze fisiche. Di fronte all'accaduto c'è certamente un sottile rischio da evitare: quello di strumentalizzare un episodio per rinfocolare l'islamofobia dilagante ed avvalorare la famigerata tesi dello "scontro di civiltà". Un pensiero, questo, che si articola in un'anodina sequenza di sillogismi: ogni immigrato è musulmano, ogni msulmano è portatore di una cultura di violenza e sopraffazione sulle donne, ergo: ogni immigrato è un potenziale stupratore. La teoria è tracciata – ed è fra l'altro l'alibi che ha prontamente utilizzato il governo negli ultimi giorni per fare marcia indietro rispetto alla cancellazione del vergognoso reato di clandestinità.

Dall'altra parte, però, rivendichiamo qui il diritto di non tacere come non sia puramente contingente il fatto che a perpetrare un assalto del genere siano stati degli immigrati di cultura araba. E di dire che quello andato in scena a Colonia è il volto cattivo dell'immigrazione, che in forma così esposiva sta indirizzandosi (e ogni studio dice che continuerà a farlo, in crescendo) verso l'Europa. Quella parte di migranti deviata, indisponibile all'incontro (troppo abusato e perciò inopportuno il termine "integrazione"), disadattata, frustrata. Un volto non esclusivo, certamente, ma che esiste. E che resiste all'ideologia aperturista del politically correct che appare oggi imperante, e non più solo nei tradizionali ambienti della sinistra.

Sembra sconveniente oggi riconoscere che le ondate migratorie non sono solo composte da poveri e innocenti disperati, eppure è così. Sembra politicamente scorretto denunciare come il fatto di vivere nella condizione di straniero emarginato ed escluso dall'accettazione sociale influisca – e pesantemente – nell'adozione di comportamenti violenti e criminali verso coloro da cui non ci si sente accettati. Eppure è così.
Senza addentrarci ulteriormente nella disamina dei rischi e delle potenzialità del fenomeno migratorio e dell'incontro con la cultura islamica, quello che sembra però di poter stigmatizzare è l'ipocrisia di questo vizio del politically correct. Oggi essere "a favore" dei migranti è tutto sommato molto facile. È comodo. Permette di accedere allo spazio del pubblico giudizio nel ruolo dei "buoni". Quel che è difficile – e tremendamente necessario, se davvero ci stanno a cuore le conquiste di civiltà che ci riconosciamo – è continuare a difendere i migranti schierandoci al contempo al fianco delle donne di Colonia. È tornare a marciare per i diritti delle donne, per la loro dignità, senza avere la paura di essere passati "dall'altra parte".

Non si diventa xenofobi per il sol fatto di credere nella tutela e nel rispetto per le donne. È anzi paradossale pensare di potersi ergere a difensori dei diritti umani, relegando nell'oblio i nostri diritti civili. Una Bitonto che sapesse scendere in piazza a manifestare, ancora oggi, per i diritti delle donne di Colonia e di tutte le donne dimostrebbe forse anche di saper essere meno provinciale, meno al rimorchio del perbenismo sinistroide, e più emancipata intellettualmente, capace di giudicare autonomamente cosa significhi, oggi, essere dalla parte dell'uomo. E della donna.