Metti una Notte al Liceo Classico

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
26 gennaio 2016

Metti una Notte al Liceo Classico

Istituzioni e decostruzioni, in margine alla serata evento del Sylos

Ci sono dei luoghi sacri. Luoghi che si distinguono perché si pretendono separati dalla continuità della vita quotidiana, del solito tran tran delle occupazioni comuni. Sono luoghi accedendo ai quali si ha la netta sensazione di varcare una soglia, di compiere un "rito di passaggio", che richiede l'adozione di parole, gesti, abiti specifici. Luoghi, ancora, in cui lo spazio non è un mero contenitore neutro, ma è impregnato della funzione e dello scopo cui è destinato, come una legge è impressa nella sua lettera. La scuola è uno di questi luoghi sacri: noi spesso diciamo "un'istituzione". E nella specifica tradizione di questa città è sempre stato considerato "sacro", un'istituzione appunto, il Liceo Sylos.

Vuoi per la longevità della sua vita, vuoi per l'austerità della sua sede, vuoi per l'illustre e famigerata sequela di dotti docenti che ne hanno calcato il suolo, il Classico ha sempre costituito nell'immaginario dei bitontini una riserva di cultura e di formazione da guardare con rispetto e con orgoglio.
Sulla base di queste premesse diviene ancora più interessante ragionare intorno all'evento di qualche giorno fa, la "notte bianca", che ha visto questa scuola aprirsi alla cittadinanza per una intensa serata fatta di dibattiti, mostre, reading letterari, degustazioni storiche e persino di un "processo al liceo classico", inscenato con tanto di testimoni e periti per discutere della spendibilità odierna degli studi umanstici.

Chi conosce e ha vissuto direttamente la vita del Sylos sa che è difficile annoverare nel passato recente numerose occasioni simili: occasioni in cui rendere fruibile la scuola, il suo sapere, le sue risorse (insegnanti, docenti, struttura e dotazioni museali...) direttamente alla città, agli ex alunni come a tutti quei bitontini che del "liceo" avevano sentito solo parlare. Che significato può avere tutto ciò? Una mera serata di mondanità? Una vetrina (dovremmo dire "open day") in cui "vendere" il liceo, renderlo appetibile ai gusti contemporanei nella spietata concorrenza del mercato del sapere, cui il modello aziendalistico ha relegato la scuola italiana?


Non mancano – ne siamo certi – sostenitori di questa analisi. E in effetti a vederlo, quel giorno, il liceo, si aveva l'impressione che avesse dismesso per una sera la sua consueta aura di sacralità, la rigorosa compostezza che ne segna di solito la distanza. Che ne è stato, allora, dell'"istituzione"? Oltraggiata, svenduta, volgarizzata? Noi preferiamo dire decostruita, cioè, letteralmente, "spiegata". Ci è sembrato questo il meccanismo della notte bianca: non tanto – o non solo – un'operazione di comunicazione (o di marketing), in cui favorire la conoscenza della scuola da parte del territorio; piuttosto il dispiegamento di quella cultura che di solito è ripiegata su se stessa, al limite dell'autoreferenzialità: il racconto del sapere nel suo farsi, nel suo processo di costituzione collettiva: l'istituzione dell'istituzione. Decostruzione, quindi, non nel senso di smantellamento, ma di offerta alla comprensione e alla lettura da parte di tutti. Dissacrazione nel senso di laicizzazione del sapere e della cultura.

Nell'epoca della globalizzazione e dell'interconnessione informatica, della liquidità dei tradizionali punti di riferimento e della parcellizzazione dei saperi, riproporre un'istituzione con questo gesto decostruttivo può essere in realtà un'operazione altamente coraggiosa: in direzione non della conservazione di totem ineffabili, ma della restituzione di materiale al lavoro dell'intelletto collettivo. Significa interpretare la contemporaneità, i suoi ritmi e i suoi mezzi, senza rinunciare alla sostanza della tradizione. Significa tornare ad investire nella cultura come dialogo, incontro e confronto permanente.