Pogrom Romanì

Savino Carbone
di Savino Carbone
Video, Inchieste, Pogrom Romanì
07 dicembre 2015
Photo Credits: Lisa Fioriello

Pogrom Romanì

L'inchiesta di BitontoTV sulla comunità rom del territorio di Bitonto

Guarda Pogrom Romanì, il progetto fotografico di Lisa Fioriello

 

"Czorano" in romanì significa reietto. L'uomo che abita i non-luoghi delle periferie. Al "czorano" non è concesso il beneficio della speranza, perchè il sogno è democratico fintanto che lo decide la comunità. E il "czorano" ne è fuori. Emarginati, lontani dai recinti del diritto di qualsiasi paese, relegati ad ultima voce delle politiche d'integrazione, i rom sono la sintesi del sentimento di distanza sociale. Se il dramma dei rifugiati riesce ad aprire un confronto-scontro tra xenofobia e le tesi di chi sostiene la mescolanza, sui sinti l'Occidente è ancora lontano dalla elaborazione identitaria. Dei rom non si parla. I rom non esistono.

Eppure la matrice nomade - sempre più retaggio dei "phuranì", gli anziani - fa dei sinti il primo esempio di flusso migratorio, con radici che affondano nel medioevo. Si stima che sul territorio italiano vivano all'incirca 180.000 rom, numeri che ne fanno una minoranza pari a quelle provenienti dal Nord Africa.

A cui, però, è negata la dignità di interventi sociali di rilievo. Li chiamano "zingari". Ma a loro non importa. "Noi Roma e Sinti siamo come i fiori di questa terra. Ci possono calpestare, ci possono eradicare, gassare, ci possono bruciare, ci possono ammazzare - ma come i fiori noi torniamo comunque sempre" scriveva Karl Stojka, uno dei più grandi artisti della tradizione rom europea.

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Tra rifiuti e baracche nei campi di Bitonto sono presenti anche alcune carcasse di autovetture.

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Bitonto, grazie ad un passato florido di crocevia multiculturale, registra la presenza di rom e gitani da qualche secolo. Gli annali della città raccontano di come le grandi fiere, quella di San Leone prima, la più recente legata alle festività in onore dei Santi Medici, fossero piene di manouches (per dirla alla francese, ndr), i grandi suonatori provenienti da non si sa dove, che si dedicavano alla vendita di animali da soma. Agli inizi del Novecento alcuni nomadi, provenienti dal nord della Provincia - Barletta, essenzialmente (probabilmente legati al ceppo abruzzese, ndr) -, si stabilirono alle periferie dell'allora città, a ridosso del ghetto ebraico. Di lì, col tempo, si sono inseriti nel tessuto economico e sociale locale. Svolgevano i lavori più umili, erano straccivendoli, lavoravano il ferro. Le generazioni successive hanno sposato donne e uomini italiani, lasciando cadere nell'oblio le memorie di un tempo gitano e ramingo.

La questione rom è legata, tuttavia, essenzialmente ai campi. In Italia sono appena 40.000 i rom che abitano nelle baraccopoli. Poco meno di un sesto di tutta la popolazione presente. Ma i rom rimangono comunque "i campi", in una sorta di metonimia che diventa prigione lessicale in grado di distinguere tra "noi" e "loro" e lava le coscienze dei cristiani della domenica.

 

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Molti uomini della comunità rom hanno lasciato le famiglie in Romania. Lontani spesso per anni, riescono a comunicare solo attraverso cellulare.

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A Bitonto i primi insediamenti sono comparsi nei tardi anni Settanta. Nuclei provvisori, della durata di qualche anno. Sino alla creazione della grande baraccopoli di via Palo, più volte oggetto di interventi comunali (di bonifica, per portare acqua, ndr). Andata distrutta in un doppio, grande incendio una domenica dell'Aprile 2013. Gli investigatori, all'epoca, parlarono di un regolamento di conti tra il gruppo che all'epoca abitava la zona e altre comunità rom del barese. Al centro della resa, pare, i proventi derivanti dal racket della prostituzione.

Da allora la comunità si è notevolmente ridotta. Molti sono tornati in Romania - la stragrande maggioranza dei rom "bitontini" è originaria della Romania, anche se è facile trovare molti bambini nati a Bitonto, con regolare documento di identità rilasciato dal Municipio locale - gli altri si sono avvicinati di più al nucleo urbano. Ad oggi le stime della Polizia Locale parlano di circa 20 rom presenti sul territorio. Ma le stime in queste situazioni lasciano il tempo che trovano: i sinti fanno costantemente la spola tra Romania e Puglia e questo non consente di stilare una statistica demografica precisa. Il campo più grande si trova nei pressi del Cimitero (auto-realizzato dopo lo sgombero da un vecchio terreno che doveva essere utilizato per una scuola, ndr), a cavallo della Strada Provinciale 231. Per accedervi bisogna attraversare una piccola stradina che costeggia il camposanto, negli anni Ottanta e Novanta punto di ricovero preferito dei tossicodipendenti. Ci vivono due famiglie. Nicolae e sua sorella, assieme a loro cugina Elena, madre del piccolo Denis.

  

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Il rapporto con i cani è profondo. Una sorta di fedeltà reciproca ancestrale.

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Il campo è privo di ogni servizio. Non c'è acqua, tutto intorno è pieno di rifiuti, spesso bruciati per riscaldarsi. Quando arriviamo, sono tutti nascosti nelle baracche. Fuori dalle strutture alcuni piccoli bracieri, nelle pentole i resti del pasto caldo consumato la sera precedente. Sul terreno sono stati piazzati dei tappeti in gomma, più in là, tra erba e rifiuti, coperte, scarpe, giocattoli. La prima ad avvicinarsi è Maria. "Giornalisti? L'importante è che non ci facciate andare via". Ha poco più di venticinque anni ed è a Bitonto da diverso tempo. Come suo fratello Nicolae, scampato all'incendio del 2013, che si avvicina per raccontarci la sua storia. "Ho portato mia moglie e i miei figli lontano di qui, in Romania. Ormai non è più sicuro". Nicolae ha lavorato per diverso tempo in un autolavaggio, poi in un centro di raccolta carrozzerie. Ma la crisi lo ha colpito e adesso non riesce a trovare più in un impiego. Si guadagna da vivere raccattando il ferro. Ma è dura, "ormai pagano sei centesimi al chilo, è una fortuna se riesco a racimolare dieci, venti euro al giorno". Con quei soldi pagherà la spedizione di alcuni pacchi carichi di giubbotti, vestiti, giocattoli. Sono per i suoi figli. Probabilmente viaggieranno su un pullman. "Arriva Natale e poi fa freddo in Romania". "Mi sta chiamando mia moglie", Nicolae è costretto ad allontanarsi per rispondere al cellulare, un vecchio modello. "Scusatemi se sono vestito così, mi sono appena svegliato".

Maria ci accompagna in un piccolo tour della baraccopoli. Gli interni sono realizzati con materiale di scarto trovato per strada, essenzialmente legno. C'è un piccolo impianto elettrico, "la corrente arriva con un generatore, ma adesso non funziona". In passato hanno provato ad allacciarsi alla rete comunale, ma sono stati scoperti. Basta un corto circuito e l'incendio è dietro l'angolo.

Ci spiega che preparano due pasti al giorno. Carne, pollo essenzialmente, poi patate e verdure. La sera si riuniscono tutti in una baracca che fa da comune. Hanno una televisione e un piccolo dvd player. In una busta una collezione sterminata di blockbuster di serie B, quelli in promozione nei grandi ipermercati.

 

Guarda Pogrom Romanì, il documentario di BitontoTV sui rom del territorio

 

Nel frattempo arriva Elena, con Denis. "Era a chiedere al cimitero", l'accattonaggio è tra le principali attività dei rom. Anche se loro preferirebbero lavorare, anziché chiedere il "mangèl", l'obolo. Sei sola con tuo figlio? "Si, qualche hanno fa ho divorziato - racconta con un filo di amarezza, mentre fuma una multifilter. Suo figlio va regolarmente a scuola, oggi però è con lei perchè nessuno è passato a prenderlo. Nel territorio di Bitonto è da anni la cooperativa Eughenia ad occuparsi del servizio navetta e doposcuola per i piccoli rom. Denis è contento del nostro arrivo, "mi piace andare a scuola, ho tanti amici". La sua passione è però il calcio - "segno tanti gol".

 

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L’unico divertimento per i piccoli rom è costituito da alcuni giocattoli donati dalle associazioni o trovati per strada.

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In passato il servizio di assistenza è stato interrotto. Ad alcuni residenti del vecchio campo di via Palo non piaceva che le piccole bambine, dopo il menarca, andassero a scuola. Sono pronte per sposarsi. Non è però il caso della comunità del Cimitero. Sono molto uniti e alla fine posano tutti insieme con il loro cane, con un nome che ricorda Kandinsky. Ma è solo una impressione. Mentre ci allontaniamo ci chiedono se possiamo portagli dei vestiti. I rom spesso non indossano vestiti utilizzati più volte. Non è spreco, semplicemente un retaggio che conferma l'anaffettività per i beni materiali. 

 

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Maria è tra le poche donne rimaste nella comunità di Bitonto

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Nonostante Nicolae e la sua famiglia ci abbia spiegato di non aver mai subito episodi di discriminazione, i rom rimangono il bersaglio preferito degli haters, complice uno status giuridico mai riconosciuto. Insulta i rom, nessuna ripercussione. L'antiziganismo trova sfogo soprattutto sui social network, grazie alla rete di notizie false messe in giro da molti webmaster in cerca di contatti sui siti web. D'altronde sui sinti circolano numerose leggende metropolitane. Un underground diffuso e che poggia sull'ignoranza. Basti pensare alla vecchia storia dei rapimenti dei minori: una ricerca dell'università di Verona del 2008 ha accertato che dal 1985 al 2007 in Italia non esiste nessun caso di condanna per sequestro o sottrazione di persona per presunto rapimento di bambini da parte di rom. Dal Commissariato di Bitonto confermano che al momento non ci sono denunce o procedimenti penali in corso sui rom residenti sul territorio. Ogni tanto qualcuno sostiene di essere stato vittima di un furto, ma nulla è stato mai confermato. Al massimo, ci spiegano, a volte sono coinvolti in episodi di taccheggio e sfruttamento indiretto della prostituzione, offrendo alloggio e un pasto alle prostitute che esercitano nella zona. Semmai il contrario: nel 2000 Mirabela, una bambina rom fu trovata morta mesi dopo la sua scomparsa; gli investigatori, guidati da Gianrico Carofiglio, all'epoca ipotizzarono un delitto legato a fatti di pedofilia; nel 2011, invece, un docente di un istituto superiore bitontino fu arrestato con l'accusa di sfruttamento della prostituzione minorile, dopo essere stato sorpreso assieme ad un minore di etnia rom mentre patteggiava il costo di una prestazione sessuale. Sono capri espiatori, solo questo. 

 

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Un ambiente del campo nei pressi del Cimitero

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Un altro campo è presente tra la Strada Provinciale 231 e la vecchia via Palo. Tuttavia, la comunità, piccola per la verità, più integrata è quella che si ritrova nei pressi di via Berlinguer, la strada del mercato settimanale, a ridosso di una grossa cava calcarea. Qui, in un nucleo costituito da quattro baracche costruite su più livelli (il terreno è a terrazzamenti, ndr) vivono Mario con sua moglie, sua figlia e la sorella Gabriella.

 

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I bambini sin dalla tenera età imparano a convivere con gli animali.

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Anche Mario ormai si dedica alla raccolta del ferro, ma non si lamenta. "Riesco a guadagnare e a mantenere la mia famiglia". È un uomo buono, dal viso solcato più dalla fatica che dal tempo. Come sua sorella Gabriella, che ha quarantuno anni ma ne dimostra almeno venti in più. Lei però è disoccupata, dopo anni trascorsi nei campi, "ho raccolto di tutto: olive, verdure, frutta". La pagavano 35, 40 euro, come un normale bracciante. Ha perso il lavoro e con esso sua figlia, morta di AIDS appena diciottenne. "Se avessi avuto un lavoro - racconta concitata, mentre aspira nervosa il fumo da una sigaretta - adesso sarebbe qui, con me". È passato poco tempo dalla morte di sua figlia. I rom hanno un grande rispetto per i defunti. Alla morte, la salma viene conservata nell'abitazione per giorni prima di essere sepolta. A deposizione avvenuta, i parenti più stretti decidono di non lavarsi, radersi e di non spazzare per un periodo che va dai nove giorni alle sei settimane. "Secondo le nostre tradizioni se ci laviamo o puliamo la casa tutta la sporcizia va a finire negli occhi del defunto. Non possiamo dargli questo dolore".

 

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Gabriella ha perso sua figlia per colpa dell’AIDS. “Se qualcuno mi avesse offerto un lavoro adesso, forse, sarebbe ancora viva”.

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A rompere l'atmosfera greve è Maria Gabriella, la figlia di Mario, che gioca allegramente con i diversi cani presenti nella baraccopoli. Ha tre anni, i lineamenti nobili della bellezza nordafricana e il portamento distante di una vera donna. "Si chiama così perchè mia sorella Gabriella ci ha assistito durante tutta la fase del parto" - racconta emozionato Mario. È il suo orgoglio e nei suoi occhi si legge la volontà di portarla fuori dalla miseria in cui è nata. "Adesso è qui sola, ma andrà all'asilo il prossimo anno"

 

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Mario tiene molto alla sua piccola Maria Gabriella. “Adesso è qui da sola. Ma il prossimo anno andrà all’asilo”.

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La baracca di Mario è molto attrezzata, c'è una cucina, una sala ripostiglio e una camera da letto riscaldata con una vecchia stufa a carbone. Mentre ci accompagna a vederla, sua moglie esprime visibilmente il proprio disappunto e corre ad ordinare le stanze. Come una donna Occidentale tiene all'ordine. Ci sono persino dei mobili in cui sono conservati biancheria e vestiti. "Ci ho messo quattro giorni a costruire questa casa, ma il tempo spesso dipende dal materiale che trovi".

Il gruppo ha provato a chiedere aiuto al Comune, ma dal Municipio hanno proposto loro una sistemazione al grande campo rom di Japigia, a Bari. Lì però il clima è più ostile e frequenti sono gli incidenti. "Qui trovo di che campare - conferma Mario - e poi c'è tanta gente che ci conosce e vuole bene. Mi aiutano nel lavoro e una famiglia viene pure a trovare la bambina, per giocare assieme a lei". E in effetti Mario sembra accontentarsi di poco, chiede solo che arrivi l'acqua nella sua cisterna. Per lavarsi, per cucinare. 

 

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La piccola bambina rom.

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Come sua sorella, Gabriella, "mi servono ottanta euro, per tornare in Romania, adesso che arriva il Natale". È stata richiamata in Italia dalle autorità giudiziarie per una udienza riguardo il presunto furto di un vecchio cellulare ("l'ho raccattato per sbaglio assieme ad altra roba, che me ne faccio?"), peccato che la richiesta di comparizione fosse per il 2016. E adesso "deve" tornare al suo paese. Come tutti i rom di Bitonto, Gabriella è una cristiana ortodossa e tiene molto alle festività: "ho comprato un maiale per Natale, adesso che non ho un lavoro cosa diranno in Romania? Che non ho i soldi per tornare e goderne?".

È tardi e Mario deve "tornare al lavoro". Sale sul suo motocarro, con targa della Romania, e porta con sé la piccola Maria Gabriella, che sorride, per la prima volta, dopo essere stata irritata dalla presenza delle telecamere. Risalendo la viuzza che porta sulla strada principale, abbassa il finistrino. "Arriverà l'acqua, vero?". "Vero?".

 

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