La Rappresentante di Lista: 'Cerchiamo il fattore Y'

Federica Monte
di Federica Monte
Cultura e Spettacoli, Video
12 dicembre 2015

La Rappresentante di Lista: 'Cerchiamo il fattore Y'

Il gruppo si è esibito ieri sera a Camera a Sud. Ecco l'intervista rilasciata a BitontoTV

Le loro canzoni sono elogi alla quotidianità, trascinano l'ascoltatore in una dimensione nuova: sono il gruppo indie "La rappresentante di lista". Nato nel 2011 dall'incontro di Dario Mangiarancina e Veronica Lucchesi, il gruppo si è esibito ieri sera presso Camera a Sud. Il concerto è stato trascinante, intriso di teatralità con tinte melodrammatiche. Entrambi infatti provengono dal teatro e dal teatro riprendono la mimica facciale, la gestualità e l'interpretazione ne guadagna in bellezza. I suoni sono ricercati e le melodie hanno la qualità (rara) di essere subito ricordate. Nel 2014 hanno presentato il loro primo album "(Per la) via di casa" e il 4 dicembre è uscito il secondo "Bu bu sad" entrambi per l'etichetta bolognese Garrincha dischi. Veronica a settembre 2015 è stata nominata miglior voce femminile della scena indie dal MEI – meeting delle etichette indipendenti.


Le vostre canzoni raccontano storie. Dove nasce l'ispirazione?


Veronica: L'ispirazione viene da tutto quello che ci gravita attorno. Da quello che ti può capitare nella tua vita personale o da quelli che sono i fatti di cronaca. Indubbiamente vieni suggestionato, vieni sconvolto, meravigliato e questo fa sì che magari una mattina ti svegli con un riff particolare, con un motivo, oppure con delle parole.


Cosa nasce prima in una canzone il testo o la musica?

Veronica: Non c'è mai una legge. In realtà non ci sono mai state due o tre canzoni di fila per cui potevamo dire "a questo giro ci andata bene, prima i testi e poi la musica". È sempre casuale, sempre in movimento.

Dario: Il modo in cui una canzone nasce poi in qualche modo lo si riscontra nelle esibizioni live. Ci sono canzoni che per esempio sono collage di ricordi, di fogliettini scritti ed effettivamente quella follia lì che rivedi nei live.

Vi siete incontrati ad un laboratorio teatrale. Quanto è importante il teatro per chi fa musica? Chi fa teatro ha una marcia in più?


Veronica: Allora, marcia in più non lo so, non saprei giudicarlo. Però sicuramente il teatro ti dà degli strumenti molto particolari, una sensibilità nei tuoi movimenti, nella pronuncia di determinate parole chiave che vuoi far arrivare in un certo modo, la teatralità nella mimica del volto, sono fondamentali anche per riuscire a comunicare magari quello che fino in fondo semplicemente il testo non riuscirebbe a trasmettere. Per cui tu ci metti tutto te stesso, corpo, parola, voce, tutto quello che riesci a creare con la sinergia del gruppo. La teatralità è importantissima.

 

 

Ho ascoltato il vostro ultimo singolo "Apriti cielo" e ho ritrovato una citazione di Pasolini «Tu mi ami e io non ti amo, urrà! Però se tu non mi amassi mi dispererei» che legame c'è tra lo scrittore e La Rappresentante di Lista?

Dario: Nel testo che avevamo scritto mancava quel qualcosa che, come di consuetudine, fosse veramente fuori di testa, che in qualche modo spiazzasse l'ascoltatore. Lo voglio ricordare così, hai presente quando cerchi una risposta e apri un libro a casaccio? Ecco. Avevamo Porcile di Pasolini sul tavolo, lei ha aperto e... l'abbiamo inserito sulla coda di Apriti cielo, come se fosse una citazione a memoria.

Qual è il messaggio che volete trasmettere con questo nuovo album "Bu bu sad"? C'è un fil rouge?

Dario: Il nostro non è un concept album, non si parla di un solo argomento. Le canzoni parlano di vita, morte e miracoli, così abbiamo deciso di definirlo. Bu bu sad, sin dal titolo si evince, è un gioco e allo stesso tempo una favola triste. C'è la necessità di scoprire delle cose ma di celarne delle altre, quindi alla fine semplicemente è la nostra visione dell'universo degli ultimi due anni.

In un momento storico come questo in cui la musica è spiattellata in televisione nei talent, voi come vi sentite a far parte dell'altra squadra?

Dario: Io auguro a chi fa i talent di avere la fortuna di essere ascoltati da un pubblico che viene perché l'ha letto sul giornale, perché ti conoscere, perché vuole sentirti e non perché ti ha visto in televisione. Penso che in qualche modo siamo più fortunati. È chiaro che dopo la finale di XFactor di ieri, noi eravamo in un pub e abbiamo visto che le piazze dei paesi dei concorrenti erano stracolme con 10.000 persone e forse noi probabilmente non avremo mai tutto quel pubblico. In ogni caso io credo che siano percorsi molto differenti. Le canzoni che scriviamo sono farina del nostro sacco e poi un'altra cosa di cui vado molto fiero è l'italiano. Scrivere in italiano è complesso, è una questione di ricerca di suoni e parole. Vorrei citare un articolo della Repubblica di venerdì scorso, in contrapposizione all' X factor noi delle etichette indipendenti cerchiamo il fattore Y. Noi non sappiamo se ce l'abbiamo, ma è quello che stiamo cercando.

Veronica: È utile ridimensionarsi, nel senso che quando si partecipa ad un talent si fa fatica a rimanere se stessi. Quando in alcuni di questi si nota perfettamente che è qualcun altro che gli cuce addosso un'etichetta, una bella parrucca, la difficoltà è quella di riuscire a portare fuori la propria musica e sapere che quella in caso è stata una vetrina di visibilità e non un punto di arrivo. Quando escono e fanno concerti sembra già che abbiano fatto chissà quale percorso incredibile e quindi adagiarsi su questa comodità è un po' esagerato e rischioso.