Il bombardamento di Bari e quel mare pieno di ordigni

Savino Carbone
di Savino Carbone
Inchieste
03 dicembre 2015

Il bombardamento di Bari e quel mare pieno di ordigni

Sono trascorsi 72 anni dalla Pearl Harbor italiana e dalla tragedia iprite. E nell'Adriatico sono presenti armi e munizioni stoccate anche a Bitonto

Sono passati 72 anni da quella che l'ammiraglio Samuel Eliot Morrison definì la "seconda Pearl Harbor della storia". Il 2 Dicembre del 1943 la Luftwaffe bombardò il porto di Bari, nel tentativo di bloccare l'avanzata degli Alleati verso il nord dell'Italia.

Un attacco che ha fatto storia, sicuramente il più cruento del secondo conflitto in terra italiana. Ma che portò con sé, assieme alla ferocia del momento, un altro grande pericolo: quello dell'iprite. Tra le navi colpite la sera del 2 Dicembre, infatti, c'era anche la statunitense John Harvey che trasportava segretamente cento tonnellate di bombe con l'iprite. Comparse già durante la Prima Guerra Mondiale (gli italiani ne fecero largo uso nella guerra in Etiopia, ndr), gli ordigni a iprite hanno aperto gli arsenali alla guerra chimica. Grazie all'effetto lento del gas erano in grado di destabilizzare per giorni le linee nemiche, causando dermatite e pustole.

Facile capire le proporzioni del disastro. Le bombe della Harvey si aprirono e il micidiale gas si scaricò in acqua e nel porto. La mustard si mescolò alla nafta della nave distrutta. Un velo mortale che bruciò la pelle dei marinai in acqua e ne compromesse i polmoni. Degli 800 militari ricoverati per ustioni e ferite, ben 617 risultarono intossicati dall'iprite. Per la stessa ragione, morirono 250 civili. L'ultima vittima morì un mese dopo il bombardamento, tra atroci dolori.

In quei mari, però, non si nascondono solo i resti della Harvey. Secondo un recente dossier pubblicato dal settimanale L'Espresso, nei fondali di Bari (e di Molfetta) ci sarebbero anche bombe e munizioni stoccate nei depositi di Bitonto, di Foggia e di Manfredonia e poi inabissate dagli eserciti alleati. Non è dato sapere che tipo di ordigni fossero depositati in città, quel che è certo è che a Bitonto c'erano almeno due arsenali. Uno alle spalle della chiesa del Crocifisso e l'altro, più famoso, a ridosso della via che porta a Santo Spirito, volgarmente chiamato "YòYò", probabilmente per l'acronimo che era impresso su una facciata del sito (ad indicare, quasi sicuramente, il monito You're On Your Own, molto diffuso nello slang dell'U.S. Army, ndr).

Degli arsenali di Bitonto, come di tutta la vicenda relativa al bombardamento di Bari, si è occupata la a Gennaio la Camera con un'interrogazione in Commissione del deputato Pd Salvatore Capone, per comprendere i potenziali rischi legati agli ordigni inabissati delle trivellazioni in mare, riprendendo il dossier redatto dal Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche.

La vicenda, tuttavia, è sempre passata sotto silenzio e insabbiata dal governo statunitense. Nonostante più volte in Parlamento si sia tentato di far luce sugli impressionanti aumenti dei casi di tumore tra i pescatori baresi e gli addetti dell'area portuale. Spesso trovando un nesso con gli arsenali e l'iprite finiti in mare.