Guastafeste

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
28 dicembre 2015

Guastafeste

Lettura sconsigliata agli amanti dello spirito del Natale

Ho fatto un giro per la città, la notte di Natale. Aria di "quiete dopo la tempesta", il silenzio, le luminarie rese soffuse da una leggera foschia. Poche auto per la strada, pochi passanti persino sulla piazza della movida, pochi superstiti dai bagordi delle case illuminate e festose, o magari solitari e malinconici avventurieri della notte, che dal calore della felicità familiare non sono stati neppure lambiti. Questo Esperia è dedicato a questi pochi. A chi non sorride il venticinque dicembre. A chi in questi giorni non brinda alla straordinarietà di un evento. A chi non conosce l'accelerazione del ritmo della festa. A chi vive una vita sghemba, di traverso, senza gli slanci imperiosi dell'entusiasmo e le arrampicate edificanti del sentimento comune. Anche a Natale. Perché per qualcuno pure questi sono giorni votati all'omogeneità del tempo, piatto, uniforme. Non c'è alcun perdersi ansioso degli scampoli d'anno, fissato nei rintocchi di una mezzanotte speciale, brindata come una soglia importante, in cui qualcosa finisce e un inizio nuovo sorge. Nessun bilancio e nessuna promessa in un capo d'anno.

È triste, certo, ma di una tristezza non trascurabile, né insignificante. Può far sorridere, e persino fare rabbia, ma la verità è che sono costoro oggi i veri contro-corrente: artisti della malinconia, eroi della sconfitta, resistono al potere autopoietico della ricorrenza e alla retorica dello straordinario. Lo straordinario, quest'amnistia temporanea da cui ogni cosa dev'essere assorbita, a cui anche questa città – che i suoi cittadini vorrebbero tanto sbagliata e fuori-dal-normale – in realtà tanto conformisticamente si concede. Dallo straordinario – o dalla sua illusione – costoro sono guariti, vivono ogni giorno come un bilancio, ogni alba come un inizio, ogni tramonto come un'esperia.

Sarebbe un peccato guardare a loro con commiserazione, come fossero quelli sbagliati, che stanno dalla parte errata, che non vedono le cose per quello che sono. È una questione di postura. C'è chi vede il tempo da questa diversa prospettiva di omogeneità e non si lascia prendere dai brividi facili dell'eccitazione delle attese e dei ricordi. Vive il presente, lo dilata, lo estenua fino a che "memoria" e "speranza" non divengano sinonimi vuoti delle tendenze estreme.

Anche per questi pochi qualche giorno fa è stato Natale. Anche per loro viene la notte di capodanno. Solo, diversamente. Come la rinuncia laica ad una benedizione per cui si è indegni. Con un'altra inclinazione delle cose, gli spazi della vita di ogni giorno pronti a riciclarsi al netto di sussulti di irripetibilità. Senza tavolate di cartellate e tovaglie rosse. Senza riunioni di amici e lontani parenti, mercanti in fiera e tombolate. In compagnia di una solitudine che merita non pietà, ma rispetto.

Cammina, anche per le strade di questa città, queste notti, questa solitudine. Nell'ordinarietà, si nega l'illusione del momento festoso per non doversi concedere alla delusione del giorno dopo, a quell'aria di smobilitazione generale che coglierà tutti dal 2 Gennaio, o giù di lì. La solitudine è la dignità dei feriti. E la malinconia la saggezza dei deboli. A qualcuno potrà sembrare incredibile, ma c'è anche posto per loro, ai margini delle tavole imbandite a festa. Ci sono. Senza parole, ma resistono. Fanno parte di quel "noi" che ignoriamo o sublimiamo nei selfie natalizi con amici e cugini.

A quei pochi – che anche "noi" siamo – non vanno auguri. Non li vogliono, non li chiedono. Forse, proprio per questo ne hanno più bisogno.