Anno zero

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Rubriche, Esperia
07 dicembre 2015

Anno zero

L’oblio della memoria nei manifesti politici in città

Due manifesti. Due tributi alla verginità politica. Campeggiano sui muri della città in questi giorni, spesso accostati: l'invito alla Prima Conferenza Programmatica del Partito Democratico e l'annuncio della creazione di una locale Costituente della Sinistra. In questi scampoli d'anno la parola chiave per il complesso e articolato mondo del centrosinistra bitontino sembra essere "inizio".

Il refrain è ricominciare daccapo. E mentre alcuni rumors riferiscono di un nuovo quanto burrascoso tentativo di dialogo tra le differenti anime della sinistra, celebratosi nei giorni scorsi, questi due manifesti ufficializzano la sanzione per così dire "istituzionale" dell'avvio di percorsi autonomi di organizzazione e di ricerca. Da una parte un think tank programmatico per un partito che tanta parte della storia di questa città ha rappresentato, ma che con la svolta governativa del civismo e la rivoluzione Abbaticchio mostra indiscutibilmente la corda e rivela l'affaticamento di chi non tiene il passo con la sensibilità dei bitontini. Dall'altra parte un proclama – significativamente anonimo – che sollecita i cittadini "di Sinistra" a prepararsi per l'avvento di una rinnovata compagine sinistrorsa in città – un nuovo partito? Una federazione? Un cartello elettorale?

Colpisce la disinvoltura con cui ci si presta a parlare di inizi. La propensione per lo sguardo in avanti, verso il futuro, che certo deve sempre sostanziare ogni prospettiva politica, non si accompagna qui al senso di responsabilità per il peso di una tradizione. È come se tutto accadesse oggi, nel consumarsi indifferente del presente, in un'amnesia completa di quel che è stato. Si decide che ad un certo punto, un bel momento diventa l'incipit di un percorso, la "prima" – appunto – conferenza programmatica. Prima rispetto a cosa? Prima con quale diritto? C'è una presunzione di oblio del passato impressionante in questo gesto, la disinibizione del tempo giocato a favore dell'occasione e della convenienza. Ci si veste dell'innocenza dei neofiti facendo violenza alla memoria, che invece resiste.

Si segnala, questo gesto di finzione dell'innocenza, per la sua serialità. Perché si inscrive, irrimediabilmente, in una storia fatta di tanti inizi e di tante "prime": conferenze programmatiche e convegni, nuovi partiti, federazioni, esperienze elettorali. L'insistenza sulla novità, consumata dal suo stesso reiterarsi, fornisce certo una buona spiegazione di come tanta disillusione e sconforto possano circondare oggi qualsiasi iniziativa politica. Eppure tornano, queste novità, gli inizi e le verginità al seguito. Fanno parte anch'essi – e questo è significativo – di una tradizione: ma una tradizione discontinua, punteggiata di tanti eventi singoli e occasionali, che non descrive una storia ma si limita a tratteggiare la traiettoria senza prospettive di una politica ad uso elettorale, una lunga e infinita serie di spot autoreferenziali.

È in questa tradizione piatta che gli annunci veicolati dai quei manifesti si inseriscono. Una prigionia del presente. Evadervi è precisamente il primo compito che la politica dovrebbe preporsi.