Una lotta senza quartier(i)

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
03 novembre 2015

Una lotta senza quartier(i)

I comitati civici e la democrazia assistita: una rivoluzione dall’alto?

L'elezione dei comitati direttivi dei primi quattro quartieri del centro urbano si è rivelata un flop. Ci sono tanti modi di dirlo, indorando la pillola, ma la sostanza non cambia: meno del cinque per cento dei bitontini interessati ne ha approvato la costituzione. Del resto già più di un anno fa, evidenziando alcuni profili problematici nel Regolamento appena licenziato, anche noi avevamo sintetizzato nel termine "ambizione" la portata di questa scommessa del governo Abbaticchio (http://www.bitontotv.it/cms/news/14149/68/L-azzardo-politico-dei-Comitati-di-Quartiere/). L'ambizione si è manifestata evidentemente sovrastimata, e la scommessa non persa (siamo, in fondo, ancora all'inizio del processo costitutivo), ma di certo arrischiata. Perché il day after non sia solo il momento delle polemiche e degli "io l'avevo detto", però, alcuni nodi d'analisi andrebbero forse sgranati per guardare in profondità le ragioni dell'insuccesso.


Punto primo: la crisi d'identità dei quartieri. Si è dimostrata molto problematica la concezione di prossimità veicolata dalla suddivisione in rioni ipotizzata a Palazzo Gentile. Complice quell'eccessiva parcellizzazione fin dal primo momento denunciata come uno dei punti deboli del Regolamento, i bitontini hanno probabilmente manifestato una scarsa adesione ad un'idea definita di proprio quartiere di residenza. A giocare un ruolo decisivo qui è stata senz'altro la morfologia urbana, che descrive certamente più un grosso paese che una città suddivisibile in sezioni ben definite: Bitonto non ha quartieri, e se è sezionabile in zone con caratteristiche veroimilmente omogenee, queste non sono certamente quattordici.

C'è però una questione più seria e determinante che questo punto suggerisce: a mancare è più in generale una cultura di prossimità al proprio spazio abitato, e qui il circolo si fa in realtà vizioso, perché in fondo è per promuovere questa cultura che i comitati di quartiere nascono. Lo dimostra per contrasto l'esempio virtuoso di Palombaio: là dove una coscienza comune di prossimità territoriale e civica già esisteva, il comitato è potuto sorgere con facilità e con un buon coinvolgimento attivo dei cittadini. Non si è riusciti dunque ad attivare un meccanismo di riconoscimento comunitario, mancando probabilmente nei quattro quartieri chiamati al voto elementi identificativi chiaramente condivisi (risultati più promettenti si potrebbero attendere, ad esempio, per il centro antico, zona "naturalmente" più identificativa). Da questo punto di vista è mancato probabilmente anche il coinvolgimento delle istituzioni intermedie di quartiere, dalle scuole alle parrocchie, che forse avrebbero potuto interpretare un ruolo più attivo nell'informazione e nell'"educazione" alla "coscienza di quartiere". La comunicazione, d'altronde, è stata sì ampia e diffusa, ma per il tramite dei media tradizionali (dalle affissioni, alla stampa, ai messaggi audio delle "auto elettorali"); incapace quindi di attivare reti informali di passaparola e di invito al voto.

Punto secondo: la distanza della politica "tradizionale". I comitati di quartiere nascevano col chiaro intento di restituire agency politica al cittadino comune, quanto più possibile distante dai tradizionali strumenti e veicoli di mobilitazione popolare, i partiti innanzitutto. Da questo intento nasceva il discutibile articolo 17 del Regolamento, secondo il quale non sono candidabili per i consigli direttivi non solo i componenti di organi direttivi di partiti e movimenti, ma addirittura i loro parenti in linea retta di primo grado e collaterale di secondo grado (genitori, figli, fratelli e sorelle). Come conseguenza la politica istituzionale sembra essersi disinteressata dei comitati di quartiere: al di là delle iniziative personali, infatti, non si è registrata una mobilitazione pubblica delle formazioni politiche tradizionali a sostegno dello strumento civico, e neanche una mera collaborazione nell'attività informativa di invito al voto. D'altronde i conti sono presto fatti: se soltanto tutti i bitontini direttamente impegnati in partiti e movimenti si fossero recati a votare, con il loro solo apporto la soglia del 5% sarebbe già stata ampiamente superata. In quella contestabile norma del Regolamento era in effetti contenuta una contraddizione interna alla stessa filosofia dell'amministrazione Abbaticchio: il governo del civismo si è automutilato della sua maggiore risorsa, dando l'impressione che i "cittadini" da mobilitare fossero "altri" rispetto a quelli che già a partire dall'esperienza elettorale del 2008 si erano organizzati in liste e associazioni. Si è assecondato così il pregiudizio antipolitico per eccellenza, togliendo al civismo la sua specificità e appiattendolo tout court sul piano della politica tradizionale. Un autogol che Abbaticchio e Mangini oggi pagano a caro prezzo.

Tuttavia, se è anche vero che a predisporre tale "iato" è stato il Regolamento stesso, bisogna dire che le formazioni "tradizionali", e in primo luogo i partiti (bipartisan), dal canto loro non hanno fatto nulla per ricucire lo strappo, snobbando la creatura di Mangini per ragioni di diffidenza o di gioco dei ruoli. È stata piuttosto ribadita la distanza rispetto ai "cittadini comuni", che vanno richiamati al proprio dovere civico di elettori solo quando ci sono poltrone da spartire: nessun buono benzina, per i comitati di quartiere.

Punto terzo: la sconfitta dello spontaneismo. La conclusione che si trae dai precedenti punti è che, priva di corpi intermedi e puntelli di mobilitazione, la cittadinanza in quanto tale non tiene a se stessa. Ma questa non è una novità. Diverso sarebbe stato se la costituzione dei quartieri fosse sorta veramente dal basso (il caso di Palombaio, ancora una volta, docet): lo spontaneismo se non è, appunto, spontaneo, non è; o, detto altrimenti, non si può esportare lo spirito civico. I comitati di qurtiere sono invece caduti nell'errore logico di volersi rivolgere immediatamente ad una "base democratica" che, in quanto tale, non ha alcuna alcuna coscienza politica.

Un dubbio sorge, a questo punto: se sia giusto interpretare come democratica una mobilitazione che, in realtà, qualcuno sta costruendo in provetta a Palazzo Gentile. La risposta sembrerebbe scontata, eppure equivale a chiedersi, in fondo, se possa esistere veramente la democrazia. E allora occorre essere più cauti. Diremo forse che sono le occasioni di democrazia quelle che si stanno preparando nel laboratorio di Palazzo Gentile. La sfida, forse, non è perduta, ma rimandata: alla mobilitazione che in questa "fase due" di democrazia assistita i comitati di quartiere sapranno produrre, partendo veramente da zero, tra la gente comune. La democrazia, forse, esiste; ma è ancora "a venire".