Rifare il volto alla città?

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
16 novembre 2015

Rifare il volto alla città?

Rischi e potenzialità dello Urban Center

Un felice matrimonio, a tema, tra il "governo luce" e i comitati di quartiere. Lo Urban Center Bitonto, che nei giorni scorsi ha visto il suo primo passaggio in Consiglio Comunale, ed è stato presentato dal suo promotore, l'assessore Parisi, ai taccuini di BitontoTv si annuncia come un ulteriore tassello nel sistema di quella narrazione sulla partecipazione civica che l'amministrazione Abbaticchio ha diffuso sin dal suo insediamento.

Un "think tank" sulla rimodulazione urbanistica della città – per riprendere un altro format caro ad alcune componenti della maggioranza amministrativa – che nelle sue intenzioni dovrebbe fare del percorso tecnico e burocratico propedeutico alla redazione del Piano Urbanistico Generale un processo condiviso e animato da tutta la cittadinanza. Considerato così, come una della componenti di sistema del progetto di cittadinanza attiva, l'idea di Urban Center andrebbe verificato, parimenti, in un'ottica complessiva. Da questo punto di vista, se il "governo luce" ha fatto molto parlare di sé all'inizio dell'esperienza amministrativa, per poi ripiegare forse più in un laboratorio di formazione giovanile per le liste civiche organiche alla maggioranza, le perplessità connesse alla grande promessa dei comitati di quartiere sono diventate da qualche settimana più evidenti. La partecipazione attiva dei bitontini alla cosa pubblica stenta a decollare. Funziona, e molto bene, quando si limita alla fruizione passiva di beni e servizi, vale a dire al consumo della città: la "movida" sta lì a raccontarlo, con tutti gli indiscutibili benefici economici dell'indotto de commercio e della ristorazione. Ma quando l'ottica si sposta dalla stretta economia di giro dei locali ad una più ampia visione di crescita collettiva cittadina, di cui l'economia è solo uno degli elementi indiretti, allora le cose si fanno più complicate.

Il fatto è che ad essere protagonista di uno strumento come lo Urban Center non è più il consumatore, ma il cittadino. Vale a dire che non c'è più niente da comprare, il contributo personale non è in termini di liquidità, ma di idee: bisogna mettersi in gioco, concorrere ad un patrimonio comune di cultura condivisa. Per questo resta un po' inquietante sapere che "adesso è compito della città intera dimostrare che vi è in animo una spinta a cogliere questa occasione per partecipare alla costruzione di questo importante risultato", come ha dichiarato l'assessore Parisi. Lo Urban Center è pensato come un luogo di scambio di saperi, in cui si diviene consapevoli delle norme e dei fatti tecnici che stanno dietro la pianificazione urbanistica di una città e al contempo si porta la propria visione, la propria idea di città. A presiedere questo scambio dev'esserci una fiducia reciproca di cui non sempre la cittadinanza bitontina ha dato prova. Si tratta, se non altro, di un investimento alla cieca: scommettere che i bitontini parteciperanno e condivideranno conoscenze, senza averli "testati" prima. Una possibilità da non sottovalutare è che si trasformi in uno svuotatoio di lagnanze: una sorta di sportello in cui andare a denunciare tutti i problemi e le inefficienze del sistema città, o presso cui mendicare gli interventi al marciapiede sotto casa. Per scongiurare tutti questi pericoli l'amministrazione non ha obiettivamente strumenti e strategie a disposizione.

Lo Urban Center resta una scommessa e – come abbiamo scritto a proposito dei Comitati di Quartiere – una promessa di rivoluzione condotta dall'alto, che non segue ad una mobilitazione spontanea dei cittadini, dunque sempre potenzialmente esposta al fallimento. Fallirà se non saprà ingenerare innanzitutto un profondo cambiamento di mentalità in quella cittadinanza che vuole mobilitare.