Quando il New York Times parlava del colera a Bitonto

Giuseppe Cuoccio
di Giuseppe Cuoccio
Inchieste
17 novembre 2015

Quando il New York Times parlava del colera a Bitonto

Tra il 1910 e il 1912 l'epidemia interessò tutto il nord barese

C'erano tempi in cui Bitonto finiva tra le pagine del New York Times. Il 1° settembre 1910, il nome della città faceva capolino tra quelli di altri Comuni del barese in un bollettino del celebre quotidiano statunitense a causa di un'epidemia di colera, forse l'ultima prima dello sviluppo post-bellico.

Il trafiletto, che fa riferimento ad informazioni arrivate da Bari al corrispondente americano a Napoli, recita: "Nelle ultime ventiquattro ore ci sono stati quattordici nuovi casi di colera e quindici morti nei comuni di Barletta, Trani, Molfetta, Spinazzola, Bitonto, Margherita di Savoia, Trinitapoli e Cerignola". Le informazioni sul caso sanitario sono poche e qualche traccia è possibile trovarla tra i documenti relativi all'igiene dell'archivio storico comunale postunitario, che conferma le 14 vittime di quel 31 agosto.

La grande risonanza mediatica e la pochezza di informazioni disponibili potrebbero però avere una facile spiegazione. "Le informazioni di cui si dispone sono decisamente esagerate dai quotidiani del nord dell'Italia e dell'estero, e probabilmente la causa è che si voleva frenare l'enorme flusso migratorio dell'epoca - spiega il professor Nicola Pice - basti pensare alla comunicazione dell'epidemia alla Camera di Commercio di Bari (datata 5 settembre 1910, ndr): i toni erano decisamente allarmisti". I pugliesi che si spostavano al Nord o, di più, nelle Americhe erano tanti e spesso i giornali sostenevano battaglie volte alla chiusura delle frontiere.

 

Il dispaccio del New York Times

 

Nel 1910 si contarono circa 421 malati e 268 morti per colera, l'anno seguente le vittime furono 109 a fronte di 526 nuovi casi; tra i Comuni più colpiti quello di Barletta con 100 morti. La diffusione del morbo interessò prevalentemente le coste: "parliamo di anni in cui si stava ancora costruendo l'Acquedotto Pugliese (nel 1915 fu realizzata una prima fontana che attingeva dal Sele, ndr) e per coltivare si usavano addirittura i liquami di fogna. Capiamo bene quanto le condizione igieniche fossero al limite".

Furono esposte anche e soprattutto le grandi città e quelle che lo stavano diventando, come la già citata Barletta, in pieno sviluppo demografico, ma anche Bitonto, all'epoca già importante centro agricolo. Con le migrazioni nelle città e nelle campagne (in prossimità delle raccolte agricole, ndr), i contadini e gli individui appartenenti ai ceti sociali più umili portarono il virus in tutto il nord barese.

Un particolare, però, rimane interessante: in questa situazione così estrema, agli inizi del 1912 Bitonto ebbe almeno il merito di assicurare la distribuzione del chinino - un farmaco molto usato per combattere la malaria, finito sotto il controllo del Monopolio dello Stato e prodotto a Torino - ai contadini che si spostavano.

"Sul finire dell'11 il morbo si spostò verso Brindisi e Taranto - conclude Pice - e il governo mandò un professore di Siena, Achille Sclano, proprio nel barese, per portare a termine alcune ricerche sul morbo e al termine di queste, Sclano affermò come fosse stato il bassissimo grado di cultura a portare il colera nel territorio".