Perché dire di sì alle unioni civili

Federica Monte
di Federica Monte
Cronaca
18 novembre 2015

Perché dire di sì alle unioni civili

In Italia sono appena 323 i Comuni che hanno istituito il registro. E Bitonto?

Riconosciute in ben 19 stati dell'Unione Europea – che conta 28 membri -, le unioni civili e la loro approvazione fanno ancora discutere. L'Italia è l'unico paese delle 6 nazioni fondatrici dell'Unione Europea a non aver nessun tipo di norme che tutelino le coppie di fatto, senza pensare i matrimoni tra omosessuali, già legalizzati in ben 14 stati europei. Su oltre 8000 Comuni italiani, più di 300 hanno costituito il registro delle unioni civili, il primo Empoli nel 1993. Ci ha provato anche Bitonto, la scorsa settimana quando in Consiglio comunale è stata inserita all'ordine del giorno la proposta dei consiglieri Gala, Modugno, Fioriello, Rutigliano, Toscano e Natilla. Si è preferito rinviare ed attendere gli sviluppi sulla normativa nazionale.

Uno sguardo generale potrebbe aiutare a capire quanto l'Italia sia ancora indietro in materia di diritti civili. Amare e non essere tutelati da nessuna legge, essere clandestini in uno stato ancorato agli stereotipi è un problema diffuso per numerosissime coppie di fatto.

Solo a luglio scorso la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l'Italia perché la legge attuale "non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di due persone impegnate in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile". All'interno della nostra legislazione è presente una vera e propria voragine normativa in materia di unioni civili. Eppure in passato qualche disegno di legge è stato prodotto, ben 4 a dir la verità, tutti conclusisi in un nonnulla di fatto: nel 2002 Franco Grillini presenta la Proposta di Legge sui PACS, nel 2007 Barbara Pollastrini e Rosy Bindi presentano il disegno di legge sui DICO (è possibile contrarre il DICO tramite l'invio di una raccomandata – che già di per sé snatura il concetto di coppia e di amore), nel 2007 la proposta di Cesare Salvi con i CUS, nel 2008 i DIDORÈ di Brunetta e Rotondi, mai inseriti all'ordine del giorno. Anche Renzi sembrava intenzionato a concludere immediatamente la questione delle unioni civili una volta raggiunto Palazzo Chigi, ma sono passati quasi due anni da quando è diventato Presidente del Consiglio e l'Italia è ancora fanalino di coda dei diritti insieme a Grecia, Cipro, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Bulgaria e Romania. L'unico del blocco centro-occidentale dell'Europa.

A marzo 2015 viene presentato il ddl Cirinnà sulle coppie di fatto e sulle unioni civili. "Due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un'unione civile mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni", recita l'articolo 1 del disegno di legge. Quasi tutto s'intende disciplinare: successione dei beni, reciproca assistenza, unione o separazione dei beni e soprattutto la stepchild adotion (la possibilità di adottare i figli biologici del convivente). Il risultato sono 4038 emendamenti, chiaro ostruzionismo politico. Tra i più bizzarri quello firmato da Giovanardi che intende sostituire la dicitura "unione civile" con "amicizia civilmente rilevante" o ancora quello di Mario Mauro che propone la costituzione delle unioni civili solo dinnanzi al Sindaco di Roma, poco importa la provenienza delle parti. La senatrice Monica Cirinnà ci riprova ancora ad ottobre e presenta il ddl Cirinnà-bis in cui scompare il riferimento al matrimonio e si ribadisce il concetto di "formazioni sociali", rimane la stepchild adotion, la pensione di reversibilità, non più un registro ad hoc per le unioni civili ma le coppie saranno iscritte nell'archivio dello stato civile. Il disegno non è stato ancora approvato dalle camere.

Sono 323, come detto, i Comuni che hanno detto sì al registro delle unioni civili, la maggior parte situati nel centro Italia. In Puglia soltanto San Ferdinando di Puglia, Barletta e Bari che rilascia l'attestato di famiglia anagrafica. "L'iscrizione al "Registro delle unioni civili" può essere richiesta da due persone maggiorenni, di uguale o diverso sesso, di qualsiasi nazionalità, residenti in Bari, che costituiscono una famiglia anagrafica, ossia iscritti nel medesimo stato di famiglia quali conviventi, legati da un vincolo affettivo o reciproca assistenza morale e/o materiale. L'iscrizione nel registro delle Unioni Civili ha mero valore dichiarativo e non genera alcun diritto anagrafico o di stato civile secondo la legislazione statale vigente" si legge sul sito del comune di Bari.
Già dal 2006 però con Nichi Vendola la Puglia ha equiparato i diritti sociali dei coniugi con quelli dei membri delle coppie di fatto: infatti questi ultimi possono, tra le altre cose, essere ammessi nelle graduatorie per le case popolari.

Secondo i dati pubblicati dall'Istat, tra il 2013 e il 2014 le coppie di fatto sono più di un milione. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.335. L'amore dei conviventi e degli omosessuali viene continuamente messo in discussione, quasi come se non possedesse dignità per essere riconosciuto mentre le coppie normalmente sposate divorziano, si separano, generano figli al di fuori del matrimonio. L'Italia è al terzo posto, insieme alla Germania, nella classifica delle nazioni più fedifraghe. È vero, il bel paese è l'ombelico della cristianità, ma non si può dimenticare il referendum rivoluzionario della cattolicissima Irlanda.

"Non posso stare vicino a Michele se dovesse avere un infarto, perché per lo stato sono un'estranea. Io che condivido con lui 10 anni di esperienze che nemmeno suo fratello sa. Magari un fratello che non sente da anni, ha più diritti di me" spiega Alessandra, donna trentenne bitontina. Perché occorre sposarsi dinnanzi a Dio per vedersi riconoscere un diritto? Perché non possono bastare delle condizioni di fatto, verificabili e reali? Non riconoscere le unioni di fatto equivale a tutelare l'istituto del matrimonio, troppo spesso violato? Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, eppure esistono quelli di serie A e quelli di serie B.

La società italiana è pronta, più del Parlamento e della politica. Tutte le grandi battaglie sociali richiedono forza e determinazione ma bisognerebbe comprendere che questa non è una questione che riguarda una minoranza, ma interessa tutta la collettività perché è una questione di civiltà. Riconoscere e tutelare le coppie di fatto e le unioni civili renderebbe il nostro paese finalmente libero dai retaggi culturali. Ritardi e lungaggini, tuttavia, rischiano di trasformare dei diritti in privilegi. Il passo è breve.

 

In copertina "Justitia et pax osculatae sunt"