La storica bancarotta dei Tisbo Brothers a New York

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
26 novembre 2015

La storica bancarotta dei Tisbo Brothers a New York

I fratelli di origini bitontine gestivano un impero nella Grande Mela

Nei lontani anni ruggenti, mentre dilagavano l'arte deco e il dixieland delle prime big band, Bitonto diventava famosa nella Grande Mela per la bancarotta fraudolenta di una banca gestita dalle tre impresari che provenivano dalla città del barese. Nel marzo del 1923 Vincenzo, Francesco e Riccardo Tisbo scomparivano nel nulla dallo stato di New York per entrare in latitanza con la somma di quasi $500.000, un gruzzolo considerevole.

I Tisbo Brothers avevano un'impresa al 121 di Mott Street, dove gestivano una sorta di agenzia per la vendita di biglietti per nave a vapore, tra le cui compagnie collaboratrici compare la stessa White Star Line, la quale aveva progettato il famoso Titanic. In realtà, i Tisbo avevano un business molto più ampio: si dedicavano alla trasmissione di denaro all'estero per conto degli immigrati italiani e alla gestione dei loro risparmi, si occupavano di una lavanderia a Brooklyn, controllavano il mercato legale e illegale nella comunità italiana e inoltre possedevano tre corporazioni collaterali, la Victor Baber Towel And Coat Supply Company, la Unity Alcohol Company e la Victoria Steam Company, l'ultima delle quali alla base del loro commercio con l'Italia.

Ma i tre fratelli erano anche molto di più di semplici banchieri, anche se de iure non lo erano affatto, perché nei loro dieci anni di attività a New York erano diventati i leader degli affari sociali, religiosi e politici della intera comunità. Tutto ciò fu possibile grazie alla loro clientela, quasi totalmente costituita da immigrati bitontini, che depositavano qualsiasi loro bene e con i quali intrattenevano un rapporto confidenziale e intimo, fino ad assisterli nei minimi dettagli della loro vita privata. Fra i clienti compaiono cognomi ancora oggi sentiti in città , come i Del Vecchio, Lavacca, Leccese, Lovascio, Vitucci e molti altri.

Ma se proprio gli acquirenti del business firmato Tisbo fecero la fortuna dei tre bitontini, è anche vero che presto diventarono anche la loro rovina. Appartenevano alle classi più povere, lavoratrici e dalla paga assolutamente bassa, con una cultura ai limiti dell'analfabetismo, per nulla ambientate nel nuovo contesto sociale di New York. Questa base economica per nulla solida, in aggiunta alla grande disorganizzazione nella gestione del denaro e all'insolvenza di tutte le loro attività, contribuì allo sfacelo di questi affari bitontini.

Nonostante le autorità dell'epoca abbiamo ordinato l'arresto dei Tisbo solo un mese dopo dalla bancarotta, ormai i tre erano entrati in latitanza, due dei quali assai verosimilmente in Italia, lasciando più di 500 clienti con la totale perdita dei loro risparmi e dei loro beni e solo una scia di appena $5000 dollari dietro di loro, fra piccole proprietà ipotecate e squallida cancelleria da ufficio. A finire in manette fu solo Vincenzo, catturato a seguito di un intervento rocambolesco della CIA nell'Aprile del 1936 in Jamaica. Dopo due anni il processo cadde nel nulla, e dietro una cauzione di $10.000 il bancario poté tornare in libertà.