Fenomenologia dello streetwear

Francesco Bellezza
di Francesco Bellezza
UnderCultura
18 novembre 2015

Fenomenologia dello streetwear

Capelli lunghi e borchie, Metallaro. Cresta, Punk. Pantaloni Larghi, Rap (per?)

Andava così, a comparti stagni, la distinzione dello stile che una persona, per tanti motivi, decideva di abbracciare. C'era chi arrivava a determinate scelte per via dell'influenza dei fratelli più grandi, chi per via di quello che vedeva in giro, e chi per "colpa" di quel senso di ribellione che colpisce praticamente tutti, in maniera ovviamente diversa, in fase adolescenziale.

Fatto sta che anni fa la divisione era netta, e per fare parte di determinate "crew" dovevi cercare i tuoi "simili" mentre venivi sommerso da epiteti poco carini: potevi essere un "satanista" se vestivi di nero, un "reppista" se andavi in giro con i baggy jeans, un punkabbestia se univi alle catene un crestino o il classico "figlio di Bob Marle(ing)y" se avevi i dread e una predilezione verso i colori accesi.

Chiunque, nato tra fine '70 e inizi '90, ha subito questa violenza "verbale leggera" attorno ai 14/15 anni, mentre passava da un giubbotto di jeans a una felpa XXL cercando una strada personale, spesso e volentieri accompagnati dalla musica a cui ci si appassionava e disinnamorava.

 

 

Anno dopo anno questa differenza netta si è andata assottigliando sempre più, partendo dalla moda dei cappelli (i cosidetti snapback) che ha iniziato a influenzare non più solamente il mondo dell'hip hop e dell'hardcore, ma anche universi paralleli. A questa, la tendenza viscerale al tatuaggio, non più una pratica diffusa (maggiormente) tra i cosiddetti alternativi oggetto di mira di sfottò urbani costanti, ma anche chi di quegli sfottò era l'artefice, che ora aggiunge al suo immaginario sempre più "crossover" il pantalone a vita bassa, da sempre punto di riferimento per ogni b-boy che si rispetti.

 

 

L'influenza che i marchi urbani hanno avuto sulle nuove generazioni, unita a quella della televisione e di internet, ha continuato ad animare le scelte di chi non faceva parte di quei tre macrosistemi di cui sopra: marchi come Vans (nata nel 1966 e maggiore esportatrice della cultura hardcore punk stelle e strisce) ed Obey (fondata nel 2001, famosa per i design dalla fortissima connotazione provocativa in pieno stile Carpenteriano e oggi sulla testa di chi pare essere il vero e proprio destinatario di quei design politicamente scorretti) ne sono i più lampanti esempi.

Internet, in questo, gioca una parte fondamentale. Da quando la musica stessa non è più in televisione, e per vendere non deve rispettare determinati canoni "politically correct" perchè può sfruttare la libertà d'accesso del mezzo tecnologico, ecco che l'alternativo diventa pop (olare) grazie ad un click.

Prendiamo l'esposizione mediatica che l'hip hop, negli ultimi anni, ha avuto. Da quando in radio e nelle classifiche domina la musica di Fedez, Emis Killa, Club Dogo e Fabri Fibra, il numero di ragazzi che vestono come loro è estremamente alto; di contro, coloro che avevano come stereotipo di "stile" quello di Gabry Ponte o dei tronisti della De Filippi, è diminuito perchË ormai parte di un fenomeno meno esposto tra i giovani. Nonostante questo Ë doveroso dire che l'abito non fa il monaco, come diceva il Conte zio ne "I Promessi Sposi", e vale nel 2015 più che mai, ovvio.

Quindi, tutta questa analisi "approssimativa" per arrivare dove? Ovviamente, a niente, solo una riflessione di come il mondo cambia e di come noi cambiamo con esso. Nonostante questo però troverete sempre un metallaro riconoscibilissimo, come riconoscerete facilmente una testa hip hop: ma per il tipico quattordicenne innamorato del rock, che magari cambia scuola e vede tra i suoi nuovi compagni una ragazzina con una t-shirt degli AC/DC e se ne innamora subito fantasticando di serate da passare assieme ascoltando dischi...

Mettevi nei suoi panni, il trauma di scoprire che probabilmente quella maglia è stata comprata ad H&M solo perchè parte degli arrivi "della nuova collezione" potrebbe essere un colpo dal quale è difficile riprendersi.

ESSI VIVONO.