Se si spara tra la gente

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
26 ottobre 2015

Se si spara tra la gente

Sul mito della riappropriazione del territorio e altri fantasmi perbenisti

L'esercito, un incremento dei presìdi delle forze dell'ordine, arresti e pene duraturi ed esemplari, la costituzione del Comune come parte civile nei processi contro la malavita locale. Il rosario di soluzioni sgranato lunga questa settimana, all'indomani della sparatoria al luna park della festa dei Santi Medici, è quello già visto e sentito tante, troppe volte.

La sparatoria. L'ennesima. Lo stillicidio di dichiarazioni e lamentazioni politiche. Ripetitive, ossessive, quasi patetiche. Tutto sembra lasciar pensare che il clima in cui si registra questo episodio di violenza sia quello dell'assuefazione, dell'abitudine, della rassegnazione di chi si trova dinanzi ad uno "spettacolo" andato in scena già fin troppe volte. Eppure una novità c'è nella sparatoria di domenica scorsa, si registra un elemento nuovo che dovrebbe indurre a riflettere. Si tratta della caduta del mito della riappropriazione del territorio.

La grande narrazione, che ha accompagnato anche il discorso sulla legalità della maggioranza amministrativa, secondo cui il presidio autentico del territorio è quello realizzato dalla società civile, dalla gente che torna ad occupare le strade e le piazze, sembra arrestarsi di fronte all'aggressività ostinata dei criminali. Si spara (anche) in mezzo alla gente. Se fino ad ora gli agguati si erano consumati in posti isolati e periferici, oppure solo accidentalmente avevano colpito le strade del passeggio, come nel caso della sparatoria di Piazza Partigiani d'Italia, stavolta la scelta di cercare la folla, la festa, la vita cittadina, sembra essere cercata ed oculata. Se non si trattasse del proposito scriteriato di menti istruite alla sregolatezza, si direbbe che c'è quasi una strategia nuova dietro un agguato del genere. In ogni caso una prova di forza e di sfrontatezza. Non è dunque vero che gli spazi cittadini sono la scena omogenea di un confronto tra bene e male che non ammette compresenze. La diffusione della gente perbene non è direttamente proporzionale all'arretramento della malavita. O meglio, forse: la riacquisizione degli spazi alla vita cittadina non è mai data una volta per tutte, non è assicurata, si deve riaffermare giorno per giorno e non consente garanzie di sorta.

Il messaggio che se ne potrebbe trarre, di disimpegno e rassegnazione, non è però giustificato. Il fatto che la violenza continui a perpetrarsi anche là dove il presidio civile è presente e la città abitata non significa che ogni sforzo è inutile, che si tratta di una battaglia persa e che, tanto vale, la lotta al degrado è meglio delegarla solo alla repressione. Significa piuttosto che a non funzionare è la semplificazione che ci vorrebbe rappresentati come una comunità perbene assediata da pochi barbari, e che tanto più i primi serrano le fila tanto meno i secondi riusciranno a fare breccia. Significa che la presenza del degrado sociale nella nostra comunità è resistente. Non fisiologica, resistente. C'è e continuerà ad esserci e a fare parte di ciò che dobbiamo considerare comunità.
Le celebrazioni festose della movida, il racconto autoassolutorio della riappropriazione del centro antico, il mito della comunità attiva e orgogliosa del proprio territorio non faranno sparire d'incanto una endemica situazione di degrado sociale. Che sussiste e prolifera non per una sorta di tarlo antropologico, ma per la mancanza di lavoro e di alternative sociali che corrobora la devianza di quanti interpretano la criminalità come unica scelta di vita.

La cultura della legalità non può trasformarsi in tronfio perbenismo: è fatta di comprensione dei problemi sociali di una comunità. E dell'onestà intellettuale di riconoscere i problemi per quello che sono. Perché se anche una manciata di arresti dovesse garantire una tregua di qualche mese nella faida tra clan, il problema non sarà risolto. Sarà l'ennesimo paravento per convincersi di essere tornati una comunità sana e sorridente, mentre ai margini la miseria continua ad alimentare l'isolamento sociale. Ragionare sulle forme di inclusione di quella miseria nella comunità è, forse, l'unica strada.