Per avere occhi buoni

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Cultura e Spettacoli
29 ottobre 2015

Per avere occhi buoni

L’etica dell’immagine di Ermanno Bencivenga ospite della Biblioteca Comunale

Gli antichi Greci avevano una parola per dirlo: kalokagathìa, vale a dire, ciò che è bello è indissolubilmente anche buono. Lo ha ribadito con forza ieri sera anche il professor Ermanno Bencivenga, filosofo dell'Università della California (Irvine), ospite della manifestazione "Ad Ottobre piovono libri", a Bitonto organizzata in collaborazione con la Libreria del Teatro. Nella rinnovata cornice della Biblioteca Comunale il docente ha presentato la sua ultima fatica in lingua italiana, "Il bene e il bello. Etica dell'immagine", edito da Il Saggiatore.

Un titolo che il docente, nel suo dialogo con il professor Giuseppe Di Florio del Liceo Socrate di Bari, ha precisato non essere riferito ai giudizi che l'etica potrebbe esprimere sulle immagini, quanto piuttosto alla pregnanza etica che le immagini stesse dimostrano di avere. Una pregnanza, questa, che la storia della filosofia ha cominciato a conoscere con Kant e che secondo Bencivenga andrebbe difesa oggi contro tutte le teorie postmoderne del disimpegno valoriale e dell'indifferenza morale della sensibilità visiva. Al contrario, tutto ciò che è bello sarebbe tale perché lo sia ama e amare qualcosa significherebbe viverlo come spazio di possibilità, come potenza di accrescimento e di intensificazione della vita, e questo è il bene. Perciò si ama il bene, e di ciò è sempre simbolo il bello. Questo non significa, beninteso, che siamo circondati dalla bellezza e da immagini rappresentative del bene. Anzi. Per Bencivenga, infatti, un modo in cui sovente il bene e il bello si manifestano è precisamente la modalità dell'assenza: farsi sentire proprio in quanto ci si aspetterebbe di trovarli in una scena sulla quale, invece, mancano. Si pensi soltanto alla rappresentazione dei dannati nel Giudizio Universale di Michelangelo (vedi l'immagine): quando non c'è bellezza, ma solo abiezione, è sempre alla bellezza ed al suo valore che siamo in fondo rimandati, perché ne avvertiamo la mancanza. Di contro, nella sovraesposizione mediatica e consumistica delle immagini cui gli schermi ci hanno abituato oggi, troppo spesso si ignora qualsiasi legame del visivo con un significato morale: le cose sono e basta, figure della banalità e di un'ironia volgare delle quali non resta che ridere, come sovente accade in buona parte del linguaggio e dei codici televisivi.

Rieducare gli occhi e il pensiero, dunque, perché si riconoscano responsabili del giudizio morale: in questa lezione kantiana, sempre attuale, c'è il nòcciolo del perfezionamento soggettivo che dovremmo saper scorgere in un nuovo rapporto con e immagini che ci circondano.