Migranti: la vergogna dell’Europa

Carmela Loragno
di Carmela Loragno
Inchieste, Grand Refugee Hotel
12 ottobre 2015
Photo Credits: Fabio Bucciarelli

Migranti: la vergogna dell’Europa

Storia di una tragedia annunciata

Fino a qualche tempo fa il fenomeno "migranti" appariva come riguardante solo le coste della Sicilia. Persino il resto dell'Italia sembrava essere lontano dagli sbarchi, pure costanti e numerosi, nelle acque della trinacria. Le tragedie del mare viste da "lontano" sembrano avere tutta un'altra importanza, soprattutto quando i numeri ci assuefanno a un fenomeno che non è certo esploso nelle ultime settimane e che ha radici ben più lontane.

Adesso l'allerta è maggiore, perché dalla Sicilia ha cominciato ad interessare la Grecia, il Mediterraneo. Eppure ancora sembrava essere fuori dalla "portata" europea, fino a quando il vaso di Pandora si è scoperchiato ancora di più, riversando la sua immensa portata umana anche nei Paesi della Germania, dell'Ungheria e dell'Austria. E quando si dice Germania, si dice per forza Europa e l'allarme scatta. Il fenomeno è diventato un problema, un'emergenza, adesso i migranti sono diventati il fardello da dividere tra i fratelli europei, a volte una patata bollente da far rimbalzare nelle mani del Paese che ufficialmente è più pronto/predisposto/preparato, in realtà di quello che conta di meno.

Insomma, ora che il fiume umano di disperati in fuga da guerra e miseria sta raggiungendo, come un liquido che occupa ogni spazio che incontra al suo avanzare, anche il nord, solo adesso il fenomeno sale al rango di dramma globale, conquistando l'attenzione e le prime pagine di ogni dove. E mentre da Berlino e dalle altre capitali arriva la richiesta unanime affinché l'Italia si prepari a predisporre i cosiddetti "hot spot", ovvero i centri di identificazione e di primo soccorso per i migranti appena sbarcati, arriva dal presidente Mattarella e dal Governo l'invito unanime ad una risposta comune di tutta l'Europa all'emergenza. Una gestione corale, che impedisca che l'Italia si ritrovi con una bomba ad orologeria dentro casa, a fare da cuscinetto agli altri Paesi del nord.

Quella che si sta prospettando per il vecchio continente è la più grande prova di collaborazione, perché il termine "Unione" affiancato ad "Europa" acquisisca un significato più profondo delle logiche economiche ed affaristiche che reggono un sodalizio. Insomma adesso l'Europa è chiamata davvero a fare l'Europa, cominciando dalla strutturazione di regole e di una disciplina comune per la gestione dei flussi migratori. Una risposta solidale, che tenga conto di mezzi, disponibilità, capacità, fatti, numeri e che non dimentichi quella parola che come Europa ci fa tanto belli agli occhi del resto del mondo, che è il "diritto".
Eppure la strada sembra essere lontana e difficile, più difficile dei chilometri percorsi a piedi dalle centinaia di migliaia di famiglie in fuga da una terra ostile.

La vergogna dell'Europa, nelle ultime settimane, si chiama Ungheria, i cui muri di filo spinato che hanno chiuso con un forte messaggio di violenza i confini, rappresentano la più grande sconfitta di un continente che dovrebbe fare dell'accoglienza e della diversità la sua cifra peculiare.

I dati del fenomeno in Europa sono in realtà più allarmanti negli altri Paesi che in Italia. Secondo Gian Carlo Blangiardo, professore di Demografia all'Università Bicocca di Milano ed esperto di flussi migratori della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità), "non si può parlare di invasione se sbarcano centinaia di migliaia di persone in un continente come l'Europa che conta una popolazione di oltre 500 milioni di abitanti". Resta però l'emergenza per il vecchio continente, che si scopre impreparato e disunito, privo di una programmazione nell'affrontare un fenomeno che non è cominciato oggi.

E l'analisi, solo per ragioni di "spazio", va all'ultimo anno e mezzo. Nel 2014 sono stati 170mila gli arrivi in Italia, lo 0,28% della popolazione, e 34mila in Grecia, mentre nei primi otto mesi del 2015 la situazione si è ribaltata, con l'Italia che ha registrato 116mila arrivi, lo 0,19% della popolazione, mentre la Grecia è salita fino a 245mila. Dati che, secondo lo studioso, comunque non giustificherebbero lo stato di difficoltà in cui ci troviamo. Mentre, per quanto riguarda l'Italia, la preparazione italiana di fronte al fenomeno, sono 14 i centri di accoglienza (Cpsa, Cda, Cara), 5 i centri di identificazione ed espulsione (Cie), 1.861 le strutture temporanee e i 430 i progetti del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).

Altro discorso è poi quello della percezione da parte della popolazione, che interpreta tutto questo come un'invasione pericolosa e che teme che l'assistenza agli immigrati farà scatenare una guerra tra poveri.
In una logica di risoluzione condivisa del "problema", tutti gli Stati dell'Ue dovrebbero fare il proprio, ma ci sono anche Stati, come quelli baltici o alcuni Paesi dell'est, che non sono in grado di accogliere immigrati, come la Romania, la Lituania e la Lettonia. La domanda che risuona insistente e senza risposta è: perché l'Europa non ha fatto l'Europa prima? Perché, se i dati degli ultimi 15 anni erano tali da costituire la cronaca di una "tragedia" annunciata?

L'Europa, ignorando questa Cassandra, ora paga il prezzo della sua sordità. E viene in mente il reportage "Exodus" dei primi anni '90 del fotografo brasiliano Sebastiao Salgado, che, nel documentario di Wim Wenders "Il sale della terra", con una visione delle cose cominciata già qualche anno fa, annuncia quella che sarebbe stata la "piaga" globale degli ultimi 20 anni.

 

Leggi il reportage dal Cara di Bari-Palese

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