Giornalismo. Quale futuro?

di La Redazione
Cronaca
17 ottobre 2015

Giornalismo. Quale futuro?

L'incontro con Losito, Patruno e Tempesta è stata un'occasione per riflettere sulle prospettive della professione

Nell'era del web 2.0 il giornalismo ha ancora margini di sopravvivenza? La risposta è "sì" secondo Lino Patruno, tra gli ospiti dell'incontro "Giornalismo ieri, oggi e domani", tenutosi ieri a Teatro. La conferenza, occasione per festeggiare i sessant'anni di iscrizione all'albo dei giornalisti di Pasquale Tempesta, è stata l'occasione per dialogare sulle prospettive del mondo dell'informazione, con gli stessi Patruno e Tempesta e il presidente dell'Ordine di Puglia, Valentino Losito.

Deontologia, verifica delle notizie, giornalismo obiettivo. I temi universali della produzione editoriale, da dieci anni a questa parte, ormai seguono la domanda principe: "Come può il giornalismo rapportarsi al web?". Interrogativo, questo, finora orfano di una risposta definitiva, ma che rimane centrale alla luce del fatto che il giornalismo è stato costretto, probabilmente impreparato, a sbarcare su internet. Anzi, numerosi fattori - su tutti i costi esigui e la facilità di accesso - hanno fatto sì in poco meno di una decade il giornalismo digitale superasse per numero e mole di produzione editoriale quello su carta stampata.

 

Dati IRPI

 

Nostalgie a parte, il web, in quanto mezzo - "vale sempre l'insegnamento di McLuhan" ha ricordato Losito -, ha modificato intrinsecamente il modo di fare informazione. La fretta, di per sé una prerogativa di chi fa giornalismo, è diventata imperante, le fonti molteplici, le news diventano paradossalmente più difficili da verificare. Ma soprattutto a comandare non sono i lettori, ma i click. Quelli che portano pubblicità.

D'altronde l'uso di strumenti informatici ha sì velocizzato il processo di produzione delle notizie, senza però sviluppare strumenti e pratiche adeguate e diffuse per verificarne il contenuto. Secondo un sondaggio condotto da Wired, la verifica da parte di un redattore delle informazioni presenti all'interno di un articolo avviene "di rado" per il 57% dei giornalisti "esterni". Una percentuale che non fa onore alla categoria, che spesso pensa all'advertising, complice una crisi nel settore degli investimenti editoriali.

 

Dati IRPI

 

Come fare dunque? Sicuramente limitare l'accesso alla professione, "a mio avviso bisognerebbe creare un sistema di formazione universitaria idonea" ha spiegato Losito. I dati sulla formazione scolastica, però, sono discordanti. Da un lato, il 72% afferma di aver completato almeno l'università (di questi un quinto ha conseguito un master universitario), dall'altro il 76% dichiara di non aver frequentato una scuola di giornalismo. A conferma della discreta alfabetizzazione di coloro il cui mestiere è tenere informata l'opinione pubblica.

"Siamo passati in poco tempo dal rispetto della notizia e dei lettori, alla voglia di dare scandalo - è stato il biasimo di Patruno - tuttavia credo che la professione non morirà mai. Dobbiamo certo cambiare il modo di intendere il giornalismo, forse dovremmo puntare sui perchè delle cose. È questo che oggi cerca la gente. E solo noi possiamo farlo". Di spiragli, appunto, per quello che molti considerano "il mestiere più bello del mondo" ce ne sono. Resta solo da trovare una strada che deve passare sì da una riforma del sistema formativo e burocratico, ma deve comunque partire dalla categoria. Magari con uno slancio idealistico. "Ci saranno delle diete dimagranti - conclude ironico Patruno - ma ci saremo ancora". In fondo, per dirla alla Valerio Bassan, "il giornalismo non è morto, il giornalismo è cresciuto".