Della vita, il Campo

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia, Inchieste, Grand Refugee Hotel
12 ottobre 2015
Photo Credits: Lisa Fioriello

Della vita, il Campo

A margine del reportage presso il C.A.R.A. di Palese

Leggi il reportage dal Cara di Bari-Palese

 

Giorgio Agamben ha scritto che il campo è il paradigma della nostra modernità; che siamo tutti noi, in fondo, più o meno inconsapevolmente, nella situazione di un campo, nuda vita esposta all'arbitrio di poteri che decidono dei tempi e dei modi della sua esistenza.

Le immagini del C.A.R.A. di Palese sembrano contraddire questa teoria. Sembrano dirci che quello sì che è un campo, a differenza degli scenari della nostra vita quotidiana. Molti benpensanti obietteranno: in fondo gli ospiti di quel campo hanno tutto, vitto e alloggio pagati, un riparo sicuro, la possibilità di fare quel che vogliono durante il giorno. Vero. Ciò che manca loro, ciò che il campo toglie loro è "semplicemente" la libertà. La libertà di scegliere chi essere, dove essere, con chi stare, cosa fare o non fare; la libertà di poter disporre della propria vita.

Un lasso di tempo fino a 18 mesi che diventa quasi una sospensione dalla vita, un tempo morto di limbo, in cui nulla accade, se non quanto stabilito dai ritmi laschi e uguali a se stessi del campo, che ripropone la sua teoria di usi e abitudini come se non avessero un significato, come se fossero la vita che deve essere e che non è, per nessuno degli ospiti. Vita prefabbricata come le case, dove tutto è già vissuto e già deciso, non c'è spazio per il futuro perché la materia è troppo carica di passato, di storie avvenute, di vite dispiegate fra quelle mura, di volti incrociati e di giornate trascorse a sperare l'insperabile.

Il carattere più specifico del campo è probabilmente la sua serialità: il suo cadenzare parti uguali per tempi uguali per uomini uguali. Il campo non conosce la differenza, rifiuta la varietà. Impone una convivenza omogenea a tutti, nonostante le etnie continuino a voler fare gruppo a sé, a volersi rinchiudere nel proprio privato mondo di particolarità. Il campo si vuole spiegazione esaustiva della vita: al suo interno deve esserci tutto quanto serve per sopravvivere, il fuori è un lusso superfluo di cui nessuno deve sentire il bisogno.
Il campo è una pratica autoassolutoria. Lo è, a maggior ragione, per chi continua a condurre la propria vita ai suoi margini, per noi pendolari che ogni giorno lo sfioriamo per andare a lavoro, conoscendone il ricordo solo quando qualche ospite si avventura sui binari ed il treno è costretto a rallentare e fischiare per segnalare il pericolo. Per noi quegli ospiti sono nient'altro che il ritardo del treno mattutino, l'infrazione nell'ingranaggio perfetto del nostro pendolarismo, l'incrinatura nella nostra agenda ben ordinata. Tutto il resto, lì dentro, è come protetto da un cordone sanitario. È racchiuso dall'igiene del perbenismo. Ciò che disturba è contenuto dentro, non varca la soglia, non inquieta i vicini: il campo è un contenitore igienico.

Eppure quel campo è stracolmo di vita. Una vita non ancora etichettata, una vita in attesa di certificiazione, una vita che denuncia che l'unica vita, oggi, per noi, è quella stampata su una carta d'identità: sans-papier non sei nulla, anzi meno che nulla. La vita nuda, quella che è solo vita e che solo chiede di vivere, non la concepiamo. Non è cittadinanza, quindi per noi non esiste. Non si può voler semplicemente vivere: è un desiderio primigenio troppo puro perché possa combaciare con gli standard neoliberisti del nostro tenore di vita.

La pura vita è senza valore, non può contare. È un flusso troppo selvaggio per essere capito dalle maglie strette della legge. E perciò il campo la sospende, questa pura vita; le dà un tempo per darsi una regolata, per darsi una qualifica, per uscire da quelle porte con un'identità politica. Senza di quella non siamo nulla. Noi che pensiamo di essere i liberi. Noi che pensiamo di stare al di là delle catene, e che invece ne siamo avvinti.

 

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