Morire di lavoro. O senza

Paolo Inno
di Paolo Inno
Lavoro e vita
18 July 2015
Photo Credits: Giulio Di Meo

Morire di lavoro. O senza

BitontoTV ripubblica la serie di contributi di sociologi, filosofi e esperti di diritto sui drammi del lavoro

È notizia delle scorse ore la morte di un operaio 73enne di Palombaio, caduto un mese fa da un montacarichi mentre stava lavorando a Casamassima e rimasto oltre trenta giorni in coma. BitontoTV a partire da oggi riproporrà gli speciali "Lavoro e vita" pubblicati lo scorso anno dopo la morte di due lavoratori bitontini in una cisterna di un'azienda molfettese. Contributi di sociologi, filosofi e esperti di diritto del lavoro per provare a interpretare le tragedie sul lavoro come il segno di una patologia sociale di sistema.

 

di Paolo Inno, pubblicato su BitontoTV il 18/04/2014

C'è ancora tanta retorica intorno alle morti bianche. Si canta il mito dell'eroe quotidiano, caduto in mezzo a un ordinario sforzo civico; si appendono le lacrime alle guance degli addolorati; si sfrenano le penne degli indignati-per-professione, così abili a sfogare la loro rabbia a contratto. Tutto ciò che si produce, all'esito di questo arruolamento emotivo di massa, sono tiepidi rituali consolatori, che sterilizzano lo scandalo di un fenomeno drammaticamente pubblico, proiettandolo in una dimensione privata e insufficiente.
La lettura dei dati forniti dall'Anmil, che aggiorna quotidianamente la lista dei caduti sul lavoro, è uno schiaffo di realismo. Dall'inizio del 2014, sono già 114 gli incidenti mortali registrati in Italia, ma è lecito pensare che i numeri effettivi siano di gran lunga superiori (1). Il territorio pugliese è tragicamente rappresentato con 10 casi letali, di cui 4 negli ultimi dieci giorni (2).

A qualcuno sembrerà azzardato collegare a questa sola frequenza statistica la pretesa di una specificità del "caso Puglia". Agli occhi di chi scrive, invece, quei numeri appaiono l'occasione per discutere, in termini più ampi, di una specifica configurazione del rapporto lavoro-vita in Puglia.
Esiste, questa è la tesi, una morfologia consolidata dello scambio tra attività produttiva e territorio, dunque tra lavoro e vita delle popolazioni che abitano il territorio. Essa coinvolge i grandi insediamenti industriali collocati nell'area tarantina e brindisina, la cui presenza, come noto, è accompagnata da aspre e controverse vertenze ambientali. Qui la vita si oppone al lavoro per esigenze di sopravvivenza biologica: le produzioni inquinanti attentano alla salute delle popolazioni, aprendo uno scontro sanguinoso tra diritti egualmente protetti dalla Costituzione.

Il caso tarantino è paradigmatico.
La più imponente acciaieria d'Europa, grande due volte e mezzo la città, è stata, per un verso, una prolifica «fabbrica di vedove» (3); il boom di morti bianche registrate tra gli anni Settanta e Ottanta pose il problema della sicurezza interna agli impianti proprio mentre, fuori dalla fabbrica, si registravano i segnali inconfondibili della pericolosità pubblica delle produzioni. Il caso Italsider/Ilva, allora, riassume in modo magistrale la doppia frontiera della crisi del rapporto tra sistema produttivo e sistema umano: esiste un lavoro pericoloso per la vita di chi lo svolge (alle morti bianche va aggiunta la piaga delle malattie professionali), ma anche per quella di chi risiede intorno allo stabilimento produttivo inquinante.
Come noto, a Taranto, è vietato il pascolo libero sulle aree incolte comprese entro un raggio di 20 chilometri dallo stabilimento siderurgico; il primo seno del mar Piccolo, contaminato da diossina, rende impossibile l'allevamento di mitili; interi capi di bestiame avvelenati dagli agenti inquinanti sono stati distrutti. Ha un suono tragico la domanda che dà il titolo a una pubblicazione di Liliana Cori, ricercatrice del CNR, apparsa nel 2011: "Se fossi una pecora, verrei abbattuta?"(4).
Gli ultimi dati diffusi dalla Asl sui casi di tumore registrati a Taranto nel triennio 2006-2008, in questo senso, sono eloquenti (5). Colpisce, in particolare, la sintesi elaborata da Peacelink, che evidenzia come gli 8811 nuovi casi di tumori rilevati nell'arco temporale indicato corrispondano a 8 nuovi casi di tumore diagnosticati ogni giorno a Taranto e provincia (6).

Sono numeri scabrosi, ma necessari per porre, a voce alta, la domanda ineludibile che sta in fondo all'intero dibattito: quale lavoro è possibile oggi? Meglio: quale lavoro è accettabile oggi?
La sensazione è che il quesito – urgente, violento, doloroso – si posizioni esattamente al centro tra due questioni affrontate, di recente, anche in due libri-inchiesta di Marco Rovelli e Gabriele Polo-Rosanna Boursier: lavorare «uccide» e, al tempo stesso, «manca» (7). La crisi economica ha ristretto miseramente l'orizzonte delle opportunità di vita e di lavoro delle persone. Scegliere un'attività lavorativa, in molti casi, vuol dire accontentarsi dell'unica offerta disponibile. Anche laddove questa sia mal pagata, insicura, nociva. Questo è il dramma che si scorge, a nostro avviso, in fondo al ragionamento di chi, a Taranto, afferma ancora di «preferire un lavoro certo oggi a un possibile tumore domani».

Si può rispondere pubblicamente a questa domanda? Non solo si può, ma si deve. Opponendosi, in primo luogo, alle semplificazioni di chi vorrebbe negare la dimensione pubblica del problema, di chi vorrebbe cancellare i sindacati, che restano – malgrado certe prassi collusive consolidate e, fortunatamente, scoperte – attori prioritari per la denuncia e la proposta; di chi vorrebbe sminuire la portata politica degli interessi in ballo, derubricandoli a materia per giudici o per economisti.
Parafrasando Bauman in conclusione a un breve testo apparso nel 2009 (8), i diritti dei cittadini non sono proprietà acquisite una volta per tutte. Ci sono, infatti, diritti che muoiono per desuetudine, altri per semplice disaffezione. Chi rinuncia a denunciare il vuoto di senso che, in questi anni, colpisce la vita e il lavoro delle persone, contribuisce a svuotare i diritti stessi alla vita e al lavoro, producendo un pessimo servizio alla causa della democrazia.

 

*Paolo Inno vive a Taranto. E' giornalista pubblicista e dottorando di ricerca presso l'Università di Bari, dove si occupa di sociologia. Si è interessato da vicino al caso Ilva per motivi professionali e di studio. Nel 2011 ha vinto il Premio Campione Giornalista di Puglia.

(1) Anmil registra i soli casi di incidenti mortali di cui sia stata data notizia attraverso i media. A una completa esaustività della casistica in materia non concorrono, purtroppo, né i dati forniti dall'Osservatorio indipendente di Bologna, né quelli diffusi dall'Inail, che tiene conto solo delle denunce dei suoi assicurati. Come si vede, c'è una parte del fenomeno irrimediabilmente oscura, che sconfina nel lavoro nero e nelle forme di schiavitù invisibile dei braccianti agricoli, specialmente se immigrati.
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(3) Era il titolo di un'inchiesta sulle morti bianche nell'Italsider pubblicata da un periodico tarantino negli anni Ottanta.
(4) Liliana Cori, Se fossi una pecora verrei abbattuta?, Scienza Express, Trieste, 2011.
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(7) Ci riferiamo alle inchieste di Marco Rovelli, Lavorare Uccide, Bur, Milano, 2008 e di Gabriele Polo e Rosanna Boursier, Lavorare manca, Einaudi, Torino, 2014.
(8) Zygmunt Bauman, Vite di corsa, Il Mulino, Bologna, 2009.