Bitonto e la Grande Guerra in mostra al Torrione

Savino Carbone
di Savino Carbone
Feste Patronali 2015
26 May 2015

Bitonto e la Grande Guerra in mostra al Torrione

Gli anni del conflitto raccontati attraverso i documenti di archivi pubblici e privati

Ci sono le lettere di soldati che chiedono il congedo per tornare a lavorare nei campi, ma anche missive al Sindaco affinché si prendesse carico delle spese per sostenere i prigionieri di guerra. E' stata inaugurata nei giorni scorsi la mostra al Torrione Angioino dedicata alla Bitonto del triennio della Prima Guerra Mondiale. "E' il punto di partenza per un lavoro di ricerca più ampio" come afferma il presidente del Comitato Feste Patronali, Nicola Pice, che ha inserito l'evento nel cartellone dei festeggiamenti, che ricorrono nel centenario dell'entrata in guerra dell'Italia.

La mostra, che attinge dall'archivio comunale e da alcune collezioni private, si propone di offrire uno spaccato sociale ed economico della città, durante gli anni di un conflitto che, soprattutto per il Sud, ha rappresentato l'anno zero tra gli antichi costumi borbonici e la nascita di una effettiva consapevolezza dell'Italia unita. "La prima impressione che si ha da una lettura di questi documenti - spiega Domenico Elia, tra i curatori della mostra e relatore di un recente convegno in Toscana sul tema - è che per i soldati del Sud, e quindi per quelli bitontini, la Grande Guerra è stata vissuta come un trauma". Una tragedia, prima che in termini di vite umane, soprattutto sociale: la Prima Guerra Mondiale è stato la prima vera occasione per molti di incontrare il mondo della tecnologia. Se Cadorna - "maledetto" in molte lettere dai soldati locali - si ostinava a ricorrere a strategie belliche napoleoniche, tedeschi e austriaci fecero pesante uso di armi da fuoco avanzate. "Se ci aggiungiamo che molti soldati del Sud non capivano gli ordini dei generali capiamo bene la dimensione tragica dell'evento" continua Elia.

 

 

Non solo oscurantismo. La Grande Guerra per molti bitontini rappresentò un momento formativo importante. In tanti, infatti, impareranno a parlare e scrivere l'italiano, come testimoniano le lettere, grazie all'aiuto dei cappellani, all'epoca veri e propri soldati autoreclutatisi. Alcuni dei documenti più interessanti sono le lettere di congedo mandate a parenti e sindaci, con cui i soldati bitontini chiedevano di poter tornare in città, nel periodo tra Novembre e Dicembre, per la raccolta delle olive. "A volte un pretesto - specifica Elia - per poter tornare in pianta stabile". Sempre al Sindaco erano rivolte anche richieste di sostentamento per i prigionieri di guerra, da inviare alla Croce Rossa internazionale.

 

 

L'elemento più forte che emerge dalla lettura dei documenti, tuttavia, è il pesante stress post trauma bellico di chi, dalla Grande Guerra, riusciva a tornare. A cui si aggiungeva il fatto di non essere creduti. Se diversi baresi si erano dati alla macchia nel Gargano, in tanti, ritornando al Sud, finivano per essere presi in giro ed emarginati perchè raccontavano una realtà, in quei giorni, troppo estranea. "Una vera beffa" per Elia.

 

Tutti i documenti mostrati per gentile concessione del professor Nicola Pice